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Alita, semplice e perfetta

Alita, semplice e perfetta

Salem, la città sospesa nel cielo, misteriosa e inaccessibile, lascia cadere i suoi rifiuti sulla superficie terrestre. Attorno alla montagna di scarti si è formato un macroscopico agglomerato di ghetti, chiamato la Discarica.

Gli abitanti della Discarica sono sottoposti alla legge automatizzata della Factory, il sistema di produzione dei beni che vengono inviati su Salem mediante giganteschi tubi d’acciaio; i robot della Factory si avvalgono della collaborazione dei cacciatori di taglie umani, che vengono pagati in chip, l’unità di scambio della Discarica.

Tantissimi abitanti della Discarica – specialmente quelli che fanno i mestieri più pericolosi e meglio retribuiti, come il cacciatore di taglie, il lottatore o il corridore di Motorball – sono cyborg che di umano hanno solo il cervello.

Se la Discarica non è il peggiore dei mondi possibili poco ci manca, ma ogni alternativa può essere solo oggetto di congetture: Salem è insondabile, dalla superficie terrestre è vietato alzarsi in volo. Persino gli uccelli vengono sterminati.

Durante una delle sue sortite sulle pendici della montagna di rifiuti in cerca di materiali di ricambio, Daisuke Ido, cyber-medico e cacciatore di taglie, trova il rottame di una ragazza cyborg con un cervello addormentato ma perfettamente conservato. Decide di darle un nuovo corpo.

Quando la ragazza si sveglia, non ricorda nulla del proprio passato, nemmeno il proprio nome. Ido decide di chiamarla Gally, come il suo gatto da poco scomparso.

Gunnm – contrazione di gun’s dream– compare sulla rivista giapponese Business Jump, di Shueisha, alla fine del 1990. L’autore del fumetto, Yukito Kishiro, un ventitreenne fanatico dei mecha della Sunrise, sta cercando di farsi pubblicare da tre anni; non sembra un buon momento per la fantascienza, ma Kishiro ha la sua passione e tiene duro: “Non avevo nessuna intenzione di darmi alle commedie scolastiche”, scriverà nella postfazione che compare al termine della prima edizione Planet Manga.

Il soggetto che aveva presentato si intitolava Rain Maker. In Rain Maker, Gally era una comprimaria e la storia conteneva elementi che si sarebbero visti solo nei capitoli finali di Gunnm: la sintonizzazione, l’attacco mentale.

È il redattore Tomita di Business Jump a chiedere a Kishiro di fare di Gally la protagonista, e anche il registro della storia cambia: Kishiro aveva in mente un’avventura per ragazzi, mentre Business Jump è una rivista seinen, cioè, formalmente, per giovani uomini dai diciotto anni in su; in particolare, dice Kishiro, Business Jump si rivolge ai salaryman trenta-quarantenni.

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Il soggetto di transizione da Rain Maker a Gunnm che Kishiro propone a Business Jump convince di nuovo, e contiene già uno dei tratti più politicamente espliciti di quello che diverrà il mondo di Gunnm: il monopolio della violenza è passato dallo Stato alle aziende. “Niente di straordinario”, commenterà Kishiro nel 1993.

Ma la massima qualità di Gunnm è proprio la sua semplicità netta, potente, significante. Kishiro inizia a lavorare con quell’entusiasmo che è ancora possibile percepire leggendo il fumetto, ascoltando il rumore del suo motore.

È sempre Tomita ad avere l’idea di una tecnica di lotta “come l’izuna-otoshi di Kamui”, il ninja degli storici manga di Sanpei Shirato. Così nasce il Panzer Kunst, la temibile arte marziale dei cyborg di Marte, che Gally scopre di padroneggiare pur senza ricordare nulla della vita in cui le è stata impartita.

Tra primi amori, combattimenti con criminali, incontri di Motorball, la ragazza inizia il viaggio alla scoperta di sé stessa e della sua nuova esistenza nella Discarica.

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Gunnm va avanti fino all’aprile 1995. Nel 1992 inizia a essere tradotto in diverse lingue, la Viz Comics lo porta negli USA ribattezzando la protagonista Alita e intitolando il fumetto Battle Angel Alita; Alita viene pubblicato anche in Italia, da Granata Press, ma rimane incompiuto a causa della scomparsa della casa editrice.

Nel 1993 escono due anime, due OVA che riprendono e variano la prima parte della storia. E poi uno spin-off, un cortometraggio, un videogioco.

Nel 1997 Planet Manga riedita la serie in Italia portandola a compimento, poi pubblica anche Alita Collection (20012002), una versione arricchita di side story e contraddistinta da un finale alternativo che apre al sequel Alita Last Order (20012014), a sua volta seguito dal prequel/sequel Alita: Mars Chronicle (2014, in corso). È il 2019, sono passati quasi trent’anni dall’apparizione di Gunnm, e Alita sta per sbarcare al cinema con un film diretto da Rodriguez.

Prendere il lettore per mano

Fin dalla sua prima uscita italiana, l’Angelo della battaglia ha affascinato uno zoccolo duro di fan, e in seguito ha conquistato il cuore di un numero sempre maggiore di persone, radicandosi come un culto di tutto rispetto nell’olimpo cyberpunk, pur in un modo piuttosto anomalo: perché in un genere che ha eletto la complessità a propria ragion d’essere, la potenza di Alita sta nella semplicità delle idee, nei concetti puri, nelle dicotomie nette, a cominciare dalla prima contrapposizione che ci viene mostrata: quella tra Salem e la Discarica, un’immagine di gerarchia di classe tagliata con l’accetta e immediatamente comprensibile, che stabilisce fin da subito l’intera fisionomia del suo mondo; fisionomia che, con la rivelazione del finale della prima serie, sarà elevata a potenza da un altro dualismo, altrettanto elementare, altrettanto netto.

Scendiamo per le vie: dato che, all’inizio della storia, Alita non ricorda niente e non conosce la Discarica, la consapevolezza del lettore si forma assieme a quella della ragazza; passo dopo passo facciamo la conoscenza di Ido e degli altri, operai, baristi, trafficanti di corpi e cacciatori di taglie; accompagniamo Alita alla scoperta di sé stessa, attraversiamo con lei il suo primo trauma, i suoi scontri con altri cyborg, le prove a cui sottopone la sua identità; sbattiamo assieme a lei contro il muro dell’amministrazione della Factory e, situazione dopo situazione, impariamo come è fatta la vita nella Discarica, le regole scritte e quelle non scritte, i suoi ritmi, le sue manie; entriamo nel mondo dei corridori di MotorBall, usciamo dai confini urbani e infine penetriamo nei segreti di Salem.

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Il manga costruisce nel lettore una conoscenza graduale del mondo di Alita grazie a una progressione per blocchi narrativi, sfrutta un plot e un ambiente specifico per qualche volume, poi chiude ed esplora il successivo: Alita cacciatrice di taglie, Alita giocatrice di Motorball, Alita cantante, Alita agente di Salem.

È una tecnica narrativa che Kishiro riprende dal Votoms di Ryōsuke Takahashi, un mecha della Sunrise. Ogni ambiente, ogni nuova situazione che Alita attraversa introduce nuovi personaggi, ma in numero ridotto, sempre facile da gestire per il lettore, e le figure di spicco incontrate in precedenza vengono ripescate e riattualizzate in nuovi blocchi narrativi, trasmettendo coesione alla vicenda e consentendo ai personaggi di consolidare le proprie personalità mentre portano a compimento le loro vicende esistenziali.

L’amnesia di Alita e la struttura del manga permettono al lettore di apprendere passo dopo passo insieme alla protagonista, a differenza di quanto fanno, per esempio, William Gibson e Masamune Shirow, che nelle loro opere più rappresentative scaraventano il lettore in mondi complessi ed edificano gran parte del fascino di quei mondi proprio sull’assenza di passaggi graduali.

Non solo: Kishiro, come Shirow, ricorre a note sparse lungo la vicenda, ma senza mai sfiorare la mole informativa del coevo Ghost in the Shell, il quale, con astuzia, mentre con una nota spiega un particolare, dà ulteriore profondità e complessità al suo mondo, spalanca altri interrogativi, illustra per riaffermare l’infinità dei particolari che ignoriamo; all’opposto, al lettore di Alita viene spiegato anche l’ovvio – in nota Kishiro ci dice persino cosa sono il dna e la corteccia cerebrale – e sente che non gli sta sfuggendo niente in una storia che comunque sarebbe leggibilissima anche saltando le note, e nella quale ogni più piccolo enigma, a tempo debito, viene sciolto.

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Un ruolo fondamentale, nella leggibilità di Alita, lo gioca anche la scelta di affidarsi ad archetipi ed estetiche consolidate.

Prendiamo i personaggi: c’è il ragazzo volitivo che prende la strada sbagliata, c’è lo scienziato pazzo, c’è il mostro che è crudele perché è cresciuto nelle fogne, c’è il campione di Motorball che convive con un handicap che può ucciderlo, c’è l’ex corridore di Motorball che, reso invalido da un incidente, investe tutto sulla sua giovane promessa, e così via. Allo stesso modo i paesaggi e la generica fauna umana pescano da un immaginario post-apocalittico già codificato, conosciuto, digerito, che Kishiro costella di citazioni estetiche che vanno da Tetsuo Hara a Frank Miller.

Lo stesso spunto della storia è in tutta evidenza collodiano. Si potrebbe pensare che è tutto già visto, ma chi ha letto Alita sa che queste considerazioni sono possibili solo a posteriori perché il manga, mentre lo leggi, non ti lascia fiato: i personaggi sono credibili, il loro statuto archetipico non scade mai in stereotipo, piuttosto fornisce una base sulla quale Kishiro sviluppa personalità che sono insieme ambigue e coerenti, che covano contraddizioni, certo, ma contraddizioni tra elementi che sono riconducibili alla medesima matrice caratteriale.

E quanto allo scenario, il campionario estetico di Kishiro risulta potentissimo perché non è mai edulcorato, è sempre sopra le righe, talvolta esacerbato al limite dello splatter; i suoi disegni sono dinamici, creativi, ultradettagliati, squisitamente giapponesi e al tempo stesso internazionali.

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Kishiro è un artigiano innamorato dell’artigianato, e la sua dedizione è in grado di restituire freschezza, genuinità, nuova vita a elementi classici che, come Ido, l’autore raccoglie dal patrimonio pubblico di moduli di ricambio narrativi. Ne nasce un manga che è onestamente – e fieramente – di genere, che non pretende di essere rivoluzionario, quanto di offrire al suo lettore una crociera lungo le coste dell’immaginario.

Riciclare con amore

Quella del recupero dei materiali è una vocazione che viene da lontano. Kishiro ha trascorso l’infanzia passeggiando nella discarica – reale – in cui suo padre cercava i pezzi per la sua mania: le dune buggy; ammette inoltre un certo disagio di fronte alle auto nuove di zecca, confessa la suggestione di lasciarsi cullare nel guscio di una vecchia macchina.

Il resto lo fa un suo compagno di giochi d’infanzia: Cyborg Number One, l’action figure della Takara i cui arti potevano essere cambiati e la cui plastica trasparente rendeva visibili i meccanismi interni. Se guardiamo sotto questa luce alla narrazione strutturata per moduli, all’uso di personaggi archetipici, di ambienti consolidati e di soluzioni grafiche riconducibili a esperienze precedenti, troviamo un Kishiro affascinato dal pragmatismo e dalla costruzione, un autore che fa vivere l’usato in nuove configurazioni, un virtuoso del rimontaggio.

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Ed è in questa prerogativa che risiede l’anima cyberpunk di Alita, al tempo stesso silenziosa e viscerale.

In quegli stessi anni, alcune famose opere giapponesi esplorano il post-umano con un piglio del tutto diverso, mettendo in gioco visioni abissali con una paranoia dell’inorganico e un occhio alla trascendenza. Al confronto, il cyberpunk della Discarica potrebbe sembrare mera estetica della potenza, senza altre implicazioni: tante bastonate tra cyborg, niente stralunati poteri psichici, niente sovraccarichi esoterici, niente rete, nessun enigma metafisico, e soprattutto nessuna sofferenza per l’invasione della carne, nessun terrore dell’ibridazione e della perdita di un’ipotetico sé; del resto, nel clima generale di Alita, discorsi di questo tipo suonerebbero come fisime da borghesia di Salem.

Perché sul tema del corpo e del sé, il manga di Kishiro si esprime, ma lo fa soprattutto – anche se non esclusivamente – attraverso la disinvoltura con cui i suoi personaggi cambiano corpi e pezzi di corpo e si risistemano alla bell’e meglio. Anzi, si intuisce persino un certo gusto di Kishiro nello sfidare i limiti, proponendo al lettore corpi cibernetici surreali, grotteschi, e contemporaneamente molto apprezzati dai personaggi che ne sono portatori, il che inietta nel manga una dose di follia liberatoria, a tratti esaltante.

La vita nella Discarica fa schifo, si muore o si sopravvive a sé stessi in modo del tutto casuale, dunque la priorità è riuscire a mantenere integro il cervello, il resto è secondario; la sensazione che il lettore ne ricava è un secco – ma mai semplicistico – prima vivere poi filosofare.

Vedere l’angelo nel marmo

Lo scenario sociale di Alita è inesorabile e viene ritratto con chiarezza tagliente: il sottoproletariato urbano della Discarica è fatalista quando va bene e affamato di distruzione quando va male; dal canto loro, i cittadini di Salem sanno essere consapevolmente feroci, ma nella maggior parte dei casi gli sguardi che rivolgono alla Discarica sono distratti dal proprio benessere e deformati dall’ideologia, sono insomma carichi della stessa miopia che affligge qualsiasi popolo del primo mondo nei confronti della superficie meno privilegiata del pianeta.

Dunque Alita esibisce la violenza sociale e politica in modo netto, ma la protagonista e la stragrande maggioranza degli altri personaggi non discutono quasi mai di etica generale, non impartiscono lezioni morali al lettore fingendo di scambiarsi opinioni; al massimo esprimono, in situazioni particolari, alcune considerazioni del tutto personali, posizionamenti reciproci, ulteriori tratti della personalità offerti allo sguardo del lettore. Gli unici che si permettono di avere una teoria del tutto, in Alita, sono i pazzi, e il loro chiacchiericcio concorre a definirne le manie.

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I nessi tra motivazioni e azioni sono plausibili e intuitivi, così i personaggi non hanno bisogno di aprire la bocca o mostrare ciò che hanno in testa per giustificare il proprio comportamento o la propria presenza nella narrazione: con i suoi archetipi collaudati e il suo piglio da racconto di genere, Alita manifesta un grado di show, don’t tell al quale dovrebbero aspirare tutti quei progetti che tentano di dare profondità a interminabili orge di bastonate aprendo finestre su banalità fatte passare per massime di vita, metafore prive di capacità metaforica, paturnie sentimentali gratuite, motivazioni che non motiverebbero nessuno in nessun mondo possibile.

In Alita anche i più delicati sospiri adolescenziali si fanno prendere sul serio perché non sono caricati, non si presentano come qualcosa di diverso da ciò che sono, e questa genuinità lascia splendere la luce su ogni parola, ogni silenzio, ogni espressione del volto.

Kishiro, insomma, resta incollato al cuore della storia, fiducioso che essa basti a sé.

E fa bene. Per esempio si può scommettere che qualsiasi altro manga incentrato su un corpo femminile adattabile e performante che è anche un corpo da combattimento, avrebbe dissipato il suo patrimonio narrativo insistendo sul sistema di potenziamento progressivo – tipico degli shōnen alla Dragon Ball – e sul voyeurismo erotico.

Invece Alita i canoni li usa nella misura in cui danno vigore alla storia, e così il power-up c’è, ma è così naturale, così perfettamente incastonato negli eventi, che quasi non ci si fa caso, e soprattutto la progressione della potenza fisica di Alita è tutt’uno con la sua comprensione di sé; ogni incremento della sua forza è un’implicita domanda sulla sua identità rivoltale dai casi della vita, ed è insieme una proposta di soluzione che le viene offerta: Alita la sfrutta per comprendere meglio sé stessa e i propri desideri, per sentirsi abbastanza forte da permettersi di vivere le proprie fragilità, ma anche per rendersi conto che la sua vocazione al combattimento non esaurisce la sua identità, e forse nemmeno la definisce.

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Nelle mani di Kishiro il potenziamento diventa un modo per raccontare l’interiorità della sua protagonista; se la storia fosse stata improntata a un power-up progressivo e schematico, l’aspettativa verso il prossimo livello di potenza sarebbe andata a discapito della questione centrale: il soggetto Alita.

Quanto al voyeurismo, se escludiamo qualche tavola extranarrativa, è quasi completamente assente, e quando lo si rinviene lo si fa con il sospetto che sia nell’occhio di chi guarda.

Di solito Alita è vestitissima o in armatura, e anche quando è nuda non fa che mostrare un corpo cibernetico, sessualmente opaco; non vi è mai esposizione gratuita di zone calde, i baci sono pudichi, c’è un’unica scena particolarmente effusiva ed è completamente trasfigurata in una simbologia cyborg di corpi e controllo. Soprattutto, Alita non usa mai la propria bellezza per ottenere qualcosa.

Empatico e profondamente umano, Alita riesce contemporaneamente a non negare mai l’identità di genere della sua protagonista, a non sfruttarla in modo bieco e a non impantanarcisi come se fosse una patata bollente da gestire. Che sia una scelta consapevole o la conseguenza di una naturale concentrazione sui propri obiettivi, traspare l’enorme rispetto, persino l’affetto, che l’autore nutre per la sua protagonista.

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L’assenza di fan service a sfondo erotico non è solo un modo per evitare distrazioni.

Ha anche una ragione narrativa interna e molto forte. Alita è la storia di un soggetto: un’oggettivazione di quel soggetto avrebbe vanificato l’essenza di quella storia, e probabilmente avrebbe tolto a quel soggetto non solo la sua capacità di ispirare più immedesimazione che attrazione, ma soprattutto le avrebbe tolto la sua forza di baricentro nell’economia delle relazioni, a cominciare dalle prime pagine, dall’inizio del suo rapporto con Ido: per il cyberdottore si tratta di trovare un equilibrio tra tendenza al possesso, istinto di protezione e rispetto della libertà della ragazza – una concorrenza di fattori magistralmente evocata dal fatto che le dia il nome del suo gatto – e per Alita si tratta di affermare la propria identità senza accogliere le contraddizioni di Ido ma senza neppure cancellarlo dai propri affetti.

La personalità di Alita è ciò che le permette di cambiare corpo, cambiare attività, cambiare relazioni e di volta in volta essere sé stessa in quel dato corpo, in quella data attività, in quelle determinate relazioni. Il suo essere sempre ritratta come soggetto e la sua rassicurante resistenza fisica diventano funzioni di quella compattezza spirituale che dona a lei e al lettore una costante disposizione a una serenità difficile ma mai data per persa, un’accettazione del destino quasi mai pacifica ma sempre pronta.

Reinterpretare la passione

La semplicità potente di Alita è frutto di un’alchimia che è evidentemente difficile da replicare. Non ci riescono i due OVA prodotti nel 1993: a fronte di un comparto tecnico discreto, la storia schiaccia le psicologie dei personaggi, subisce cambi di trama e inserimenti di nuove comparse, come Chiren, la ex di Ido; si indebolisce in poesia e perde i nessi d’acciaio che tenevano in piedi la struttura del manga anche nei momenti più dispersivi.

È forse per questo che, di una serie che plausibilmente doveva coprire tutta la storia del manga, vengono prodotti solo due episodi di nemmeno mezz’ora l’uno. Episodi che però possono vantare le musiche di Kaoru Wada, così soddisfatto del suo lavoro – e forse così poco soddisfatto di averlo impiegato lì – da rielaborare il tema Gunnm quindici anni dopo in Ringo, un brano della colonna sonora di Casshern Sins.

In un’intervista a Kishiro datata 1993 si parlava dell’esito degli OVA con qualche ironia e, piuttosto fantasiosamente, si speculava sull’eventuale reazione dell’autore se Hollywood fosse andata a chiedergli di poter girare un film su Alita. Dal 1994, Kishiro le proposte ha iniziato a riceverle davvero, e di una pellicola con il coinvolgimento di James Cameron si parla dal 2000.

Oggi è lo stesso Kishiro a invitarci ad andare al cinema e tuffarci senza preoccupazione nel film di Rodriguez, con la serenità di chi da sempre frequenta con consapevolezza i territori della rielaborazione e sa che ogni reinterpretazione è semplicemente un’altra opera.

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