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Alla riscoperta di James Baldwin

Alla riscoperta di James Baldwin

(ANSA) – ROMA, 14 GEN – JAMES BALDWIN, ‘SE LA STRADA POTESSE PARLARE’ (FANDANGO, pp. 214 – 18,50 euro – Traduzione di Marina Valente)

Se oggi esistono scrittori neri americani come Paul Beatty o Colson Whitehead questo si deve anche a James Baldwin (1924-1987), che negli anni ’60 fece scandalo rompendo molti schemi letterari, rivelandosi omosessuale e restando fedele a se stesso e al suo pacifismo anche quando vennero gli anni di Malcolm X e della rivolta violenta. Eppure Baldwin, una delle voci di riferimento della coscienza nera e che ne ha guidato il risveglio, era da noi uno scrittore del tutto ingiustamente dimenticato, se non fosse che ora Fandango Libri ha ripreso la pubblicazione di tutte le sue opere, cominciando dal capolavoro ‘La stanza di Giovanni’ (Fandango, pp. 224 – 17,50 euro).

Ingiustamente dimenticato, vista la sua storica valenza culturale e politica, ma soprattutto perché vero scrittore che parla naturalmente della condizione dei neri americani, ma raccontandoli innanzitutto come esseri umani a prescindere dal colore della loro pelle, così da rendere più spiazzante l’implicita denuncia. E’ il secondo romanzo di Baldwin trentenne, che sorprende e fa discutere perché non scrive un romanzo di formazione ambientato nel ghetto, ma parla di un giovane americano bianco che a Parigi scopre la propria omosessualità innamorandosi di un cameriere italiano e lo fa con uno stile raffinato che rimanda a uno scrittore come Henry James. Del resto ciò che fa di lui un grande scrittore, al di là della sua storica valenza culturale e politica, è il narrare in tutte le sue altre opere della condizione dei neri americani, ma raccontandoli innanzitutto come esseri umani a prescindere dal colore della loro pelle, così da rendere più spiazzante l’implicita denuncia. E’ lui stesso in un saggio oggi raccolto in ‘Questo mondo non è più bianco’ (Bompiani, pp. 224 – 17,50 euro) a citare non a caso Doris Lessing che sostiene come il peccato originale “non sia il pregiudizio del colore, ma l’incapacità di riconoscerci in ogni creatura che respira”.

Naturalmente questa sua cifra, unita al suo pacifismo di fondo e alla sua omosessualità, gli creò gravi problemi e fu un leader del Black Power e saggista come Eldridge Cleaver già nel 1968 a accusarlo di essere uno che “odia assolutamente i neri”, servile e conquistato dalla cultura e il mondo dei bianchi. La sua reazione fu naturalmente la scrittura e questo ‘Se la strada potesse parlare’, vicenda esemplare di sopraffazione cui si resiste per la forza dell’amore, non solo tra uomo e donna, ma per la vita. Oggi diventato anche un film di Barry Jenkins in uscita in Italia tra un mese. E’ la storia di Fonny, un artista ventiduenne nero, uno scultore, accusato ingiustamente di aver stuprato una donna portoricana, con la polizia che nel confronto all’americana lo lascia unico di colore tra tutti bianchi, così da essere indicato subito dalla vittima che, tra l’altro, è ancora prostrata e in stato confusionale e a dover trovare i soldi per un avvocato che possa difenderne l’innocenza. A raccontare tutto in prima persona è la sua ragazza incinta, Tish, una voce femminile che risulta di assoluta naturalezza e intensità, capace di conservare sempre una certa misura, e che in nome dell’amore ripone tutte le speranze nell’attesa del figlio, nel bisogno e diritto suo e del compagno di una vita libera, di una nuova vita che nasce e guarda al futuro.

Fonny quindi resiste, “lo picchiano ma non lo colpiscono, non so se mi spiego” racconta Tish alla madre, che quando si reca a Portorico per tentar di convincere a ritrattare l’accusatrice, si rende conto che lì si vive in condizioni ben peggiori di quelle dei neri a New York. Quando infine il figlio sta per nascere, il padre di Fonny, sconvolto da quel che accade, si dà al bere, viene minacciato, licenziato e si suicida. Scarcerato su cauzione, in attesa di giudizio, Fonny, nelle poche righe che chiudono il romanzo, è a casa che fischietta e sorride lavorando e il bambino “piange, piange, piange, piange, piange come se volesse svegliare i morti”. Una storia in fondo ottimista, come nota nella sua postfazione Joyce Carol Oates, perché narra di “esseri umani colpiti dal disastro, piuttosto che dei soliti neri che vengono perseguitati dai bianchi”. (ANSA).
   

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