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Cari filosofi, esiste un’utilità pubblica della morale che fa a meno della politica

Cari filosofi, esiste un’utilità pubblica della morale che fa a meno della politica

Già da qualche mese mi chiedevo perché mai Donatella Di Cesare avesse intitolato il suo libro Sulla vocazione politica della filosofia. Forse per sottolineare, o meglio autorevolmente affermare, che i filosofi di oggi sono pubblicamente utili e interessanti? Sono da leggere e da ascoltare sia dai cittadini che vanno a votare che dai dirigenti politici? O forse era per suggerire che una politica come quella attuale, così disastrosamente impoverita dal punto di vista intellettuale, deve cambiare rotta diventando più “filosofica” e in questo modo fare meno guai educando, nello stesso tempo, la società al dovere e al piacere di pensare profondamente? E perché, infine, mi ponevo tanti interrogativi? Perché ero, con un tale titolo, così diffidente e perplesso?

 

Una ragione c’era. Molto semplice e fondamentale. Dopo il fallimento politico, sociale, morale nonché filosofico del marxismo, la più diffusa e robusta corrente filosofica moderna, mi ero fermamente convinto che connettere troppo strettamente, troppo intimamente filosofia e politica fosse un errore, una bugia, un abuso che tradiva sia l’“essenza” (come dicono i filosofi) della filosofia che l’essenza della politica. Mi ero messo in testa una volta per tutte che fra il pensare e l’agire c’è ed è bene che ci sia (per amore di dialettica) una certa differenza, un certo distacco. E che il filosofo (in senso lato, l’intellettuale) è molto più spesso un asociale, un antisociale, un misantropo, un sociopatico che un amante del genere umano e del senso comune, un frequentatore delle élite e delle masse, di cui piuttosto diffida, che teme o odia. A meno di non essere ispirati da una “volontà di potenza” che si dimostra presto illusoria perché finisce per sottomettere il pensiero al potere trasformandolo in propaganda: una “volontà di potenza” dunque immaginaria e di fatto impotente… A meno di casi variamente fallimentari in un senso o in un altro, è accaduto che gli intellettuali, filosofi o scrittori, abbiano capito bene la politica solo restandone fuori, osservandola a distanza. La casistica è vasta e varia: si va dai Presocratici a Socrate, ai cinici (Diogene), agli stoici, agli epicurei, a Lucrezio, Catullo, Orazio, Seneca… Tutta la modernità, se si esclude l’indignazione attiva degli illuministi, di Marx, di Bakunin e delle loro scuole, conferma una lunga tradizione. Amleto, l’eroe intellettuale moderno per eccellenza, è un antipolitico. In quanto critica della società, la filosofia e la letteratura sono state soprattutto critica della politica e dei politici. Per farla breve: senza averlo letto, ho pensato subito, pregiudizialmente, che Donatella Di Cesare avrebbe fatto meglio a intitolare il suo libro: Sulla vocazione impolitica della filosofia.

 

Non avevo torto. Il libro è infatti diffusamente contraddittorio. E’, vuole essere, esortativo, volontaristico, edificante, forse autopromozionale. Insegnando Filosofia teoretica alla Sapienza di Roma l’autrice, in quanto docente, non può negare l’evidenza. Deve dire (suggestivamente) che il filosofo lavora a fare luce contro le tenebre e a svegliare gli esseri umani dal sonno del pensiero. Ma poi qualifica subito la filosofia come “atopia, ucronia, anarchia”, cioè come il non avere luogo, essere contro-tempo, venire prima e in contrasto rispetto a ogni istituzione, in particolare all’istituzione più alta, sintetica e totalizzante: lo stato. Ma la stessa qualità critica incarnata dalla vita del filosofo emerge nel suo distacco dagli usi comuni, da tutto ciò che per la maggioranza degli esseri umani è “normale” e va secondo la corrente. La tendenza fondamentale dell’epoca, quando i filosofi e i pensatori la vedono, la riconoscono, non è per assecondarla ma per contrastarla. Solo che in politica chi vuole vincere, governare, esercitare il potere, deve anche amare la corrente fondamentale dell’epoca. Anzi, la rappresenta, la esprime, ne accelera il corso.

 

Come può la filosofia diventare politicamente importante se (lo dice e ripete Di Cesare) è “fuori-luogo e contro-tempo”? Se si vuole dire che è politicamente bello e significativo essere antipolitici e prepolitici, contrastando, contraddicendo la società e lo stato, il potere e le abitudini, le masse e le élite, allora tutto è chiaro. Bisognerà tuttavia chiedersi anche, prima o poi, che cosa sia la politica reale e non quella virtuale e ipotetica, ideale o immaginaria. Per essere empirici, direi che non bisogna mai dimenticare che, in ogni qui e ora, la politica è semplicemente quella cosa che fanno i politici. Il cosiddetto “pensare politicamente” va visto soprattutto come una contraddizione in termini, o meglio un pavoneggiarsi tipico degli intellettuali che sognano di essere importanti e influenti uscendo dal puro capire e pensare “le cose come sono” senza altri scopi e senza mire ulteriori. Esiste un’utilità pubblica della morale che fa a meno della politica e dei politici. Non sarebbe male se i filosofi pensassero a questa. I politici sono esseri elementari e temono una sola cosa: che qualcosa sfugga loro di mano. Senza una filosofia morale e sociale del presente, credo che pensare politicamente sia più un vizio che una virtù.

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