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Compagni di viaggio: con chi è meglio andare in vacanza?

Compagni di viaggio: con chi è meglio andare in vacanza?

Ogni estate, prima delle vacanze, non vedo l’ora di mettermi in viaggio con le mie figlie. Cecilia e sua sorella Allegra sono di buon carattere, indipendenti, curiose, tre caratteristiche che ne fanno le mie compagne di viaggio ideali.

È vero, quando mi lancio entusiasta nei miei classici itinerari turistici loro mi abbandonano. Non mi vergogno di fare la turista, vado pazza per i bus che ti fanno fare il giro della città, mi infilo le cuffie, guardo i palazzi e i monumenti e ne assimilo la storia.

E se non c’è un bus del genere, metto insieme le informazioni che ho letto sulla mia guida e mi organizzo da sola. Penso sempre che potrebbe essere l’ultima volta che mi trovo in quel posto.

Ci metto un grande impegno per non avere rimpianti al mio ritorno.

Ho iniziato a fare un viaggio all’anno con le mie figlie quando, nel 2012, mi sono separata dal loro padre.

Stiamo via una decina di giorni e scegliamo sempre un posto che nessuna di noi conosce. Obiettivo: scoprire e vivere qualcosa di completamente diverso dal nostro tran tran quotidiano a Parigi.

Siamo state in Cornovaglia, a Creta, a Roma, in Sicilia e sulla costa occidentale dell’Irlanda. Abbiamo sperimentato il glamping (il campeggio con un tocco glamour, ndr) a un festival di letteratura vicino a Southampton – immaginatevi in campeggio in grandi tende con scomodi materassi ad acqua -, abbiamo ì nuotato con le foche nell’Atlantico, provato a indossare dei tweed tessuti in loco a Galway, ì siamo state all’ospedale di Siracusa per un’infezione all’orecchio causata dalle immersioni sott’acqua.

Naturalmente, trattandosi di tre femmine cocciute, c’è stato qualche momento comico. Per esempio nel 2015, mentre guidavo tra le grotte di Creta mi aspettavo che Cecilia, allora tredicenne, guardasse la cartina stradale invece di stare incollata all’iPad.

Così mi sono messa a strillare sulle mie frequenze più acute (sono una pessima autista, e per giunta nervosa) e lei mi ha dato della «crazy English woman», dell’inglese pazza, un insulto memorabile. Ci ridiamo su ancora adesso.

Viaggiare con qualcuno significa sostanzialmente condividere gli spazi dell’altro in un ambiente che non conosciamo. Se si tiene presente questo, il compagno ideale dovrebbe essere il vostro partner – il coniuge o anche un familiare.

Ci si dovrebbe conoscere abbastanza per riuscire ad appianare eventuali disaccordi, piccoli o grandi che siano. Con gli amici, però, ho notato che non è sempre così.

Volendo essere gentili, diciamo che certe persone non sanno viaggiare, semplicemente. A casa sembrano piacevoli, invece sono molto impegnative e incapaci di avere a che fare con qualsiasi cosa che sia fuori dalla loro comfort zone.

L’ho capito durante un viaggio che ho fatto nella Scozia del Nord insieme a una cara amica californiana.

Ci siamo andate in treno.

L’avevo avvertita in anticipo che avrebbe fatto freddo, che bisognava portarsi un bagaglio leggero e che, sì, i panorami sarebbero stati sensazionali ma i motel piuttosto modesti. Con mio orrore è arrivata con un cappottino sottile come un lenzuolo, si è portata un bagaglio extra pieno di prodotti per capelli e non ha mai smesso di lamentarsi dei letti in cui dormivamo.

Un incubo assoluto e – anche se è orribile ammetterlo – quando ha cominciato a nevicare, ero felice perché potevo starmene fuori da sola a guardare quel paesaggio drammatico e selvaggio. Sostanzialmente, la mia (ex) amica era come una pianta che deve rigorosamente stare in una serra e il suo concetto di vacanza era andare da qualche parte dove splende il sole, si può fare yoga all’alba, sorseggiare un succo di frutta a bordo piscina e parlare con qualcuno di libri di auto-aiuto.

Sono certa che per qualcun altro lei sarebbe stata perfetta, non per me.

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Christian Louboutin, al contrario, è il tipo di viaggiatore che adoro, ci mette poco a sapere tutto di un luogo e si adatta alle circostanze. Quando sale su un aereo o su un treno, il famoso stilista, creatore di mitiche scarpe, sa che può capitare di tutto e lo considera una parte fondamentale del divertimento.

Abbiamo cavalcato cammelli a Luxor, in Egitto; navigato sul fiume a Henley-on-Thames, in Inghilterra; siamo andati in cerca di laghi nascosti in mezzo all’erica e alle felci del Glen Strathfarrar, una vallata mozzafiato nelle Highlands scozzesi.

Ha un grande senso dell’umorismo Christian.

È disposto praticamente a tutto, eccetto pasteggiare nei fast food. (Momento confessione: ogni tanto io divoro Chicken McNuggets da McDonald’s ma solo in compagnia delle mie figlie).

Comunque è grazie a Christian che ho scoperto molte prelibatezze e tradizioni culinarie, per esempio il cosciotto di agnello delle sette ore che in Francia preparano a cottura super lenta, o l’anatra egiziana che è magrissima o uno speciale dessert turco tagliato a cubetti e ricoperto di zucchero a velo color azzurro.

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Anche Loulou de la Falaise, che è stata una grande icona di stile francese, faceva magie con erbe e spezie in cucina. Quando eravamo insieme in Provenza l’ho vista compiere miracoli tagliando con maestria varie verdure appena comprate al mercato.

Loulou aveva imparato che cosa sono i sapori viaggiando in compagnia di persone come Bruce Chatwin, scrittore di viaggi tra i più amati e letti. In cucina lei, appena poteva, evitava il solito sale e pepe.

Con il senno di poi, direi che cucinava come si vestiva, era imprevedibile e piena di stile. Una sera ha farcito un pollo con un’enorme quantità di formaggio di capra.

Anch’io, come tutti, avevo pensato che avesse esagerato. Ci sbagliavamo.

Quando ero adolescente Bruce Chatwin era considerato una leggenda per via di libri come In Patagonia e Le vie dei canti, il famoso bestseller sull’Australia. Lui era un amico dei miei genitori.

Le sue considerazioni così acute, però, mi toglievano la voglia di parlargli. Mi ricordava un uccello predatore, sembrava minaccioso e arrogante.

Tuttavia, dopo avere letto i suoi libri, mi è stato chiaro che era un uomo erudito e coraggioso. Di recente ho conosciuto un’aristocratica irlandese, molto riservata, che ha viaggiato con lui.

«Bruce», ha detto, «ti spingeva a osservare davvero le cose e ad assimilare tutto».

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È lo stesso effetto che sulle persone aveva Fred Hughes, il business manager di Andy Warhol. Stare con lui a Los Angeles voleva dire, per esempio, scoprire gli edifici capolavoro del famoso architetto americano Frank Lloyd Wright.

Avrei tanto voluto essere con Fred in giro per Düsseldorf quando ci andò assieme a Andy Warhol per delle sessioni di ritratti. A quanto pare Fred sapeva tutto delle famiglie più illustri di quella città industriale tedesca e delle loro varie ville.

E quando andò in Sud America, sull’Orinoco, e scese le rapide del fiume con alcuni membri della famiglia Kennedy, Fred salvò loro la vita perché aveva con sé una bussola e un kit di pronto soccorso.

È fondamentale essere organizzati quando si va molto lontano.

In tutte le esotiche escursioni che ho fatto assieme a Karl Lagerfeld e Chanel – siamo stati a Shanghai, a Tokyo, a Miami, Seul, Venezia e L’Avana -, ho notato che Amanda Harlech, la baronessa inglese musa di Karl, aveva sempre un contatto o un indirizzo davvero speciale o segreto per accedere al lato più autentico della città. A Tokyo aveva scovato dei bellissimi kimono vintage e mi aveva invitato ad andare a vederli con lei.

Il grande fascino di Amanda è in parte dovuto alla sua capacità di includere e di coinvolgere. I viaggi nell’ambiente della moda possono mettere un po’ soggezione ma, essendo una generosa donna di mondo, Amanda cercava come sempre di presentare modelle e socialite ai giornalisti.

E rideva anche molto, perché era sempre pronta a vedere ed evidenziare il lato assurdo delle cose.

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Lo stesso si può dire della scrittrice e giornalista inglese Kate Morris. Negli anni 90 siamo andate tre volte a Mustique.

È un’isola privata nei Caraibi dove la madre di Kate aveva una casa e una boutique dal gusto impeccabile. Vendeva costumi da bagno, bikini e altri accessori chic da spiaggia.

Kate era davvero una persona calma e rilassata, nuotavamo in quel mare magnifico, leggevamo all’ombra delle palme da cocco, frequentavamo miliardari e superstar come David Bowie e partecipavamo alle attività dell’isola come intrecciare cestini di paglia per la chiesa locale. Si andava al Basil’s Bar, dove i cocktail erano pessimi e arrivavano tipi un po’ rudi appena scesi dalle barche.

Oggi pare che Mustique sia cambiata. È così che succede, i luoghi hanno bisogno di evolversi, proprio come succede a noi.

NATASHA FRASER-CAVASSONI. Classe 1963, è un’aristocratica inglese, figlia di Sir Hugh Fraser e di Lady Antonia, scrittrice e storica che ha sposato in seconde nozze il drammaturgo Harold Pinter.

Natasha è scrittrice e giornalista per varie testate internazionali. Ha lavorato per Chanel con Karl Lagerfeld e ha pubblicato il memoir “After Andy: Adventures in Warhol Land” (Blue Rider Press).

Vive a Parigi con le sue due figlie. Per Marie Claire ha già scritto di come è stato crescere con una madre ambiziosa, della bellezza eterna delle donne italiane, dei favolosi party anni 80 e di come vivere bene nel proprio corpo.

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