Home / Cultura / Attualità / Crisi delle carni suine? No, ma vanno valorizzate
Crisi delle carni suine? No, ma vanno valorizzate

Crisi delle carni suine? No, ma vanno valorizzate

I numeri parlano dunque di consumi in calo, di un listino che a marzo era ai minimi storici per un valore di 1,1 euro al chilo nel circuito Dop, pari a un 26 per cento in meno rispetto al 2017; dell’importazione di carne suina, fresca e congelata in forte aumento da Germania, Spagna, Paesi Bassi e Danimarca, per una spesa di 2,2 miliardi di euro, pur continuando l’Italia a produrre 8,4 milioni di capi. La tesi del quotidiano di Confindustria è che, focalizzata soprattutto sulla produzione di prosciutti di Parma e San Daniele, i cui capitolati Dop spingono alla produzione di animali più pesanti e con metodologie più costose, una volta tolte le cosce, il resto della carne fresca diventi difficilmente collocabile nelle macellerie o nei banchi della grande distribuzione, perché quella importata è più magra e meno cara. «Il problema vero – sottolinea Pozzi – sta nei Consorzi produttori del prosciutto Dop che non hanno una programmazione adeguata alle richiesta del mercato». All’abnorme produzione di prosciutti, dunque, corrisponde una sovrabbondante produzione di carne fresca non qualificata, nella quale fra l’altro non si riesce più a distinguere tra tagli italiani o quelli dall’estero, che rappresentano ormai il 50 per cento. «Va detto però – aggiunge Pozzi – che il maiale di cui parla il Sole 24 Ore non esiste più. La carne dei suini cosiddetti “pesanti” del circuito Dop è magra e tenera, per niente grassa e stopposa come un tempo. Si tratta dunque semplicemente di valorizzarla. Perché, per esempio, non si parla di “taglio Parma” anche per costine, lombo, arista?» Resta sempre il problema del costo… «Importiamo il 50 per cento delle carni suine non per una questione di qualità, visto che la nostra è migliore, soda, gustosa e tenera, ma solo per il prezzo, appunto. Nei paesi d’origine la produzione costa meno come avviene per diversi altri settori dell’economia italiana: per il sistema paese, insomma. Noi dovremmo avere la possibilità di dire che la carne è italiana ed è buona. Ma servono risorse, per farlo alla grande. Invito solo a riflettere sull’ammontare del finanziamento previsto dal decreto Emergenze in agricoltura che sta per essere votato dal Parlamento: 5 milioni in due anni. Sono niente in confronto a quello che stanziano gli altri paesi» E gli allevamenti che chiudono? «I più redditizi sono quelli che rispettano tutte le norme veterinarie, igienico sanitarie, di alimentazione che si riassumono nel concetto di “benessere dell’animale”. Hanno chiuso quelli che non si sono adeguati e che lavorano in modo indecente: ed è un bene che chiudano» Per quali canali dovrebbe passare la valorizzazione della carne suina? «Noi lo stiamo facendo con il marchio Eat Pink, mangiare rosa, con il quale contrassegniamo le nostre carni Dop. Ma dovrebbero muoversi il Consorzio del Parma e del San Daniele, la grande distribuzione organizzata e l’industria di trasformazione che produce gli hamburger e gli altri lavorati. Tutti conoscono i salumi: ma chi sa che esistono anche gli hamburger di maiale? Tutt’al più, per il consumo della carne fresca suina si pensa al barbecue, quando ci sarebbe tutta una tipologia di consumo da promuovere». E su questo, il Direttore di Opas e il giornale di Confindustria, pur arrivandoci da due diverse tipologie di maiale, una reale e l’altra che non esiste più, sono perfettamente d’accordo. 

ARTICOLO SUGGERITO

Canyon e coralli: il deserto splendente di Marsa Alam

Canyon e coralli: il deserto splendente di Marsa Alam

Quando in camera suona la sveglia, l’orologio del Gorgonia Beach Resort segna le 5. Che …