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Elezioni 2018, Paola Macchi del M5s: «Donne, entrate in politica»

Elezioni 2018, Paola Macchi del M5s: «Donne, entrate in politica»

DOMANDA: Donne, politica e obiettivi, da dove si comincia per migliorare la situazione?
RISPOSTA: Dall’autostima, le donne devono recuperare stima in loro stesse e capire che, se vogliono che qualcosa cambi, devono farsi coraggio ed entrare in politica. Siamo il 51% della popolazione e, se guardiamo le donne davvero attive ed escludiamo quelle che hanno una sedia per conto di qualche uomo, è evidente che siamo rappresentate pochissimo.

D: Come mai secondo lei?
R: Ogni tanto mi sento rispondere: «Ho cose più importanti da fare». Non c’è ancora la consapevolezza che invece è proprio questa una delle cose più importanti, perché la qualità della vita di tutte può migliorare soltanto se entriamo nella stanza dei bottoni. La partecipazione femminile è uno dei miei obiettivi.

D: L’alternanza di genere nelle liste dovrebbe aiutare, in questo senso.
R: Da questo punto di vista sì, anche se molti colleghi stanno vivendo malissimo questa formula. Ritengono che, essendo di meno, abbiamo più possibilità di loro e soprattutto reggono male il fatto che uomini determinati e ambizioni vengano esclusi per far posto a donne che spesso appaiono ancora molto incerte. L’incertezza è reale, ma credo anche sia il minimo, le donne politicamente meno esperte si trovano catapultate in un mondo con logiche completamente diverse da quelle a cui sono abituate, e certamente non a misura di donna, all’inizio è dura. Inoltre i colleghi maschi ci vivono come concorrenza sleale e non fanno niente per nasconderlo.

D: Per esempio?
R: Basta passare da un corridoio e sentirli parlare, dai loro discorsi escono spessissimo concetti come «mettere le donne da qualche parte» o «tenersele per forza». Io quando li sento parlare così, rispondo che caso mai sono loro che devono imparare a rispettare modi diversi di stare al mondo, noi siamo meno perché dobbiamo ancora fare un lavoro su noi stesse, piano piano ci arriveremo, per ora va bene così.

D: Dobbiamo puntare a valorizzare le differenze o a ottenere la parità?
R: Le due cose possono e devono andare di pari passo, parità non vuol dire uguaglianza. Le differenze esistono e sono innegabili, non siamo tutti uguali e questo è un punto di partenza. Abbiamo tutti gli stessi diritti però, o almeno dovremmo averli, e questo è il punto di arrivo. Molte donne credono di dover assomigliare quanto più possibile agli uomini per poter fare cose che, in realtà, fanno già parte dei nostri diritti.

D: E invece?
R: Dobbiamo soltanto imparare a fare tenendo alta la consapevolezza della nostra femminilità. La parità è altro, come per esempio il fatto che uomini e donne devono avere gli stessi impegni sia a casa che riguardo la famiglia: se il carico domestico si condivide equamente, cambia la distribuzione del tempo e delle energie e, per via naturale, aumentano le possibilità lavorative per le donne. Equilibrio produce equilibrio.

D: Come possiamo agire per cambiare una mentalità che ancora oggi spesso attribuisce compiti e doveri diversi a uomini e donne ?
R: Il cambiamento dovrebbe essere prima di tutto culturale, bisogna investire nell’educazione alla parità e al rispetto di genere, soprattutto nelle scuole. Questo tipo di formazione dovrebbe concentrarsi anche e prima di tutto sulle figure educative, perché gli stereotipi di genere e il sessismo purtroppo vengono veicolati in primis dagli adulti, quindi il progetto è meno semplice di come potrebbe sembrare, ma non impossibile. Entrambi i miei figli sono cresciuti con questi principi e oggi dal punto di vista domestico sono assolutamente intercambiabili con le loro mogli. Hanno imparato fin da piccoli però, anche e molto attraverso l’aiuto e l’esempio del padre.

D: Esiste una specificità, c’è un valore aggiunto nella politica al femminile?
R: Dipende dalla mentalità delle donne a cui ci si riferisce. Ho sentito colleghe cantare vittoria per il fatto di riuscire a fare le cose «come gli uomini», ma io non vorrei mai questo per me, anzi. La mia femminilità è un orgoglio, voglio poter vivere la società e la politica da donna, perché è quello che sono ed è una mia risorsa, una cifra distintiva del mio modo di entrare in relazione con gli altri, non qualcosa per cui devo scusarmi o che devo cambiare. Noi donne abbiamo una capacità di mediazione che gli uomini raramente possiedono, un’opportunità incredibile di cui ancora la politica non si è resa conto e non ha sfruttato, ma su cui tutti dovrebbero aprire gli occhi.

D: Crede che sia possibile un dialogo fra candidate che superi le appartenenze di partito?
R: Gli uomini appena hanno un momento libero fanno branco, perché non possiamo imparare anche noi? Lo vedo osservando i colleghi: bastano un attimo di pausa e un argomento semplice come il calcio e le auto, per non parlare delle donne (lo stereotipo del maschio italiano, lo so, ma la maggior parte di loro in effetti risponde al profilo) e non c’è partito che tenga, in quei momenti il gruppo diventa indistinto, sono maschi e basta.

D: Noi invece?
R: Noi donne siamo mosse da altri interessi e in generale per noi è più difficile fare gruppo, ma almeno sui temi a cui teniamo come le politiche della famiglia o il welfare, che dovrebbero essere cosa di tutti ma alla fine ricadono quasi interamente su di noi, dobbiamo essere coese. Una volta ottenuta un’effettiva parità potremo tornare a occuparci degli schieramenti politici. Prima, però, dobbiamo lottare insieme per i nostri diritti.

D: Le «questioni sociali» in effetti rimangono sempre da gestire alle donne, si dice che siamo più portate.
R: Ci sono ruoli che non vengono scelti, ma letteralmente lasciati e le donne spesso se ne fanno carico per forza di cose. In famiglia c’è da gestire genitori anziani, suoceri, parenti disabili o malati e nessuno lo fa? Finisce sempre che se ne occupano le figlie, le sorelle, le mamme. I padri in questo sono praticamente assenti, anche nei casi in cui nasce un figlio disabile… me ne sono occupata spesso.

D: Non se la sentono?
R: No, spariscono perché dicono di non farcela, che non si aspettavano di trovarsi in quella situazione. Come se qualcuno potesse aspettarsi una cosa simile, come se per le madri fosse più semplice! Tra l’altro credono davvero a quello che dicono, sono così impreparati che non si rendono neanche conto di avere una responsabilità. Oggi, se parliamo di cura, il sistema famiglia è tutto sulle spalle delle donne, spesso schiacciate fra figli che non trovano lavoro e a volte problematici, anziani sempre meno autosufficienti e un mondo del lavoro che si aspetta che siano loro ad adeguarsi a tutto.

D: Un altro punto nevralgico è quello della violenza sulle donne: se ne parla molto, ma a quali interventi concreti dobbiamo puntare?
R: Come per altre questioni cruciali, anche qui la soluzione è doppia e si concentra su educazione e lavoro: avere la possibilità di avere un’occupazione dignitosa e con uno stipendio adeguato è una necessità di tutti, ma per le donne vittime di violenza è fondamentale. Un altro intervento vitale è quello che deve essere volto ad aiutare le donne maltrattate affinchè imparino a difendersi o trovino il coraggio di sottrarsi alla violenza e a non ricaderci. Parallelamente, anche su questo tema va fatto un lavoro di prevenzione a scuola, dedicato alle bambine.

D: Uno dei prezzi aggiuntivi che pagano le donne, in politica come in tutti gli altri settori, è l’iper sessualizzazione, ovvero l’oggettificazione dei loro corpi.
R: Una volta ho visto il video di una turista che si è spogliata per fare il bagno nella fontana di Trevi: i sotto al video erano perlopiù di uomini che ne commentavano la tonicità e valutavano il suo aspetto in chiave estetica o sessuale. Mi ha colpita molto, perché quello che vedevo io era una persona che violava una legge e violava un monumento, loro invece sembravano vedere soltanto una donna nuda. Su questo argomento però la mentalità va cambiata in tutti, perché ci sono anche molte donne che puntano tutto sul proprio corpo.

D: Accade anche in politica?
R: Purtroppo sì. Alcune lo esibiscono e lo usano per arrivare dove vogliono, consapevoli che quello è un punto debole di molti uomini. Dall’altro lato ci sono molti uomini che, quando ti guardano, non vedono il soggetto politico, ma solo un corpo di donna, qualunque cosa tu faccia o dica. Per quanto mi riguarda, se ci incontriamo in un contesto istituzionale, il ruolo viene prima del genere, un politico è un politico, poi può essere un politico donna o un politico uomo. Se usciamo a cena è un’altra storia, ma quella è vita privata.

D: Cosa pensa riguardo le questioni LGBT, dalla legge contro l’omofobia ai matrimoni egualitari?
R: Partecipo regolarmente ai Pride, perché ho sempre pensato che sia un dovere rispettare le scelte altrui, in particolare in casi come questi in cui si parla di scelte spesso dolorose e sofferte che riguardano soltanto la persona che le compie, è la sua intimità. Io pretendo che gli atri rispettino l’impostazione che ho dato alla mia vita senza permettersi nemmeno di commentarla, non vedo perché qualcuno dovrebbe fare diversamente con gli altri: alla fine che c’è da dire? Stiamo parlando di un diritto sacrosanto alla felicità.

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