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Giro E: questa volta si faceva sul serio!

Giro E: questa volta si faceva sul serio!

Dieci team-squadra, dotati ciascuno di sei corridori, si sono sfidati percorrendo le stesse strade del Giro d’Italia.
Sì, questa volta al Giro E si faceva sul serio. Non più gruppo unico con l’atmosfera sospesa tra la scampagnata e l’esperimento, ma una corsa dotata di regole, punti, maglie per i leader e classifica.

Così mi sono ritrovata a vivere appieno l’emozionante vita del “corridore al Giro“. Signore e signori… tutto vero! Provare per credere!
E nel gruppo dei 60, che nella tappa conclusiva di Croce d’Aune / Monte Avena, sono divenuti un’ottantina in virtù degli ospiti aggiunti a ogni team dall’organizzatore, ecco che mi scopro per età, genere, storia sportiva (pressoché inesistente) e livello di allenamento, colei che sicuramente avrebbe avuto meno chanches. Proprio come Sho Hatsuyama, il corridore della Nippo-Vini Fantini-Faizanè, naturalmente anche lui dotato di bici De Rosa, ma senza motore Bafang, come lo era la mia, che ha infiammato la platea del Giro vero e proprio con le sue lunghe fughe scintoiste e con la “maglia nera” virtualmente indossata al capolinea di Verona.

Negli scatti che ho fatto alla tv, le scenografiche riprese della RAI durante la mitica fuga di Sho Hatsuyama

Ma andiamo con ordine. Invitata dalla De Rosa a scegliere due tappe del Giro E per parteciparvi in veste ufficiale e correre con la nuova e-bike della blasonata casa di Cusano Milanino, eccomi finalmente in hotel nei pressi di Valdobbiadene, alla vigilia dei primi 100 km che sarebbero approdati a San Martino di Castrozza. Una delle tappe di montagna più durette del Giro d’Italia.

Ed anche se al gruppo del Giro E viene fatta la grazia di una tappa ridotta, non sarà tanto in fatto di metri di dislivello che in questa occasione è previsto uno sconto.

Così in albergo tutto è vero. L’atmosfera carica di adrenalina, il team che provvede alle bici che devono essere sempre ben “lavate e stirate”, la stanchezza che si percepisce nel gruppo, provato anche da un clima fino quasi a fine Giro davvero avaro di sole.

Primi metri alla partenza da Valdobbiadene… atleta tra i veri atleti… anch’io, come Sho Hatsuyama! – frame dal video pubblicato nel sito del Giro E

 

Entro così subito nel vivo e quasi senza accorgermene ecco che divento anch’io “atleta del team“.
“È un motore intelligente – mi spiega Andrea, uno dei meccanici più bravi in De Rosa – per entrare in sintonia occorre prima di tutto fare una bella pedalata rotonda e costante.” “E i rapporti? Come si tengono?” chiedo un po’ sorpresa dall’approccio che sembra più olistico che meccanico. “È importante fare percepire al motore che ti stai sforzando. Solo così lui reagisce dandoti il massimo dell’aiuto, se lo vuoi. Quindi se pedali agile risparmi le batterie, se invece metti il rapportone duro lui ti aiuta di più“.

Bene. Sembra facile. E rincuorata da un paio di rampe del garage provate con le diverse combinazioni me ne vado a dormire serena.

L’indomani alla partenza siamo un bel gruppetto misto di 6 atleti.

C’è Diego Cecchi, il capitano dallo sguardo acceso di un bell’azzurro, intenso come il cielo della mattina.
C’è Gianni, detto Johnny, ex poliziotto che sembra avere i polpacci scolpiti nel marmo, c’é il silenzioso Andrea, che si rivelerà un perfetto “cronometro umano” nelle gare di regolarità, c’è la bella Beatrice, ospite di una tappa e albergatrice di Verona ed Edoardo, maestro di sci di Ponte di Legno.

Un selfie propiziatorio prima di partire da Valdobbiadene verso San Martino di Castrozza. Da destra, Johnny, Beatrice ed Edoardo

Foto di gruppo, firma e via! Si parte tra i filari di vite nello splendore delle colline inondate di sole. L’effetto alle gambe della pedalata assistita applicata alla bici da corsa è ancor meglio di come lo ricordavo. Sarà merito del sistema “intelligente” che offre il motore monoblocco della Bafang? I due ingegneri, un cinese e un polacco, subito soprannominati dal gruppo “I Bafanghi”, sembravano due veri nerds sicuri del fatto proprio.

E così spingo rotondamente sui pedali e decido di testare fino in fondo la macchina prodigiosa, non lesinando l’aiuto che può darmi. Certo che la bici a pedalata assistita tende un po’ a viziarti… chi è che può dirsi immune fino in fondo alla tentazione di resistere allo zuccherino di una fatica minore? Il ciclista è sì masochista, ma fino ad un certo punto. E poi al Giro E si mormora, non certo senza un po’ di sdegno, che ci siano modelli di bici “sbloccate”, cioè in grado di superare i 25 km/h, a onta del codice della strada. Naturalmente non è il caso delle e-road De Rosa e delle Pinarello, ma è certo che per stare dietro ad un gruppo in cui alcuni concorrenti sono “meccanicamente super-dotati” gli sforzi sono belli intensi. Del resto è tutto un esperimento… ci sta anche questo test nel test. Forse.

Nella bella foto di Jennifer Lorenzini, il gruppo tra le colline di Valdobbiadene

Tutto quindi sembra filare liscio, ma come si sa io non mi diverto se non c’è la sorpresina. E così fu. Al 66° km ecco il pit stop per il cambio delle batterie ed ecco anche che l’ingegnere cinese, il Bafango nr 1, si accorge di un problemino al mio motore che, va detto, è stato spremuto in lungo e in largo per tre settimane, con cambi batteria al volo e pioggia torrenziale. Così, poveraccio il motore Bafang, bisogna capirlo. Ed io pure, con l’idea di metterlo severamente alla prova, forse gli ho dato il colpo di grazia.

Cristiano De Rosa nell’inedita veste di meccanico insieme al suo collaboratore Tiziano Arcadi si prendono cura della mia bici

Ecco che quindi il team De Rosa in coro mi fa: “ok, si cambia bici!” poi però l’amara realtà si fa strada. La mia è la bici più piccola. E l’unica altra bici della mia misura, in uso a Edoardo, poteva sì venire a soccorrermi (un maestro di sci giovane e forte non avrebbe avuto troppi problemi), ma, ulteriore inconveniente non da poco, il mio amore per le scarpette da cross al carbonio della S-Works, mi rende la solita mosca nel latte, con pedali SPD Shimano. Sì perché vado in ufficio con le scarpe normali e poi mi cambio per una corsetta in pausa pranzo. E allora i meravigliosi pedali reversibili che tanto mi fanno gioire day by day, ecco che in pieno Giro E si tramutano in una trappola mortale.

Gli splendidi scenari di montagna sulla strada verso San Martino di Castrozza ripagano di (quasi) tutte le fatiche – Ph. Jennifer Lorenzini per il Giro E

Bene. Resistere. Finché è un su e giù tipo Brianza si può fare. E sotto San Martino di Castrozza non ho difficoltà a stare in scia e pedalare. Certo che l’effetto è un po’ quello del gamberetto pietro, che più va avanti più va indietro. La sensazione è proprio quella: 5 metri con l’aiutino e 2/3 frenati come il pallone turco di Marinettiana memoria. Oh sì, il futuro ha bisogno di eroi che si lancino in esperimenti. Costi quel che costi. Ebbene la pedalata assistita passerà anche per la mia esperienza.

Cristiano De Rosa non si è certo tirato indietro e ha pedalato con la sua squadra al Giro E. Qui lo vediamo all’attacco di Passo Rolle, mentre finge di fare fatica! – Ph Jennifer Lorenzini

Stringo i denti e vado. Con la benedizione di Fabio Alberti che, come un angelo, si staccava dalla scorta tecnica per appoggiare le sue ali alla mia schiena e portarmi a raggiungere gli altri, “super–dotati di motore”, con volate a 70 km/h. Certo che avere un campione mondiale su pista che ti spinge in salita con la moto non è da tutti.

Nel frattempo la mia bici, alleggerita dalla batteria (inutile portarla a spasso a gratis) guadagnava una leggerezza simile alle bici normali. Sì perché la De Rosa, con motore e tutto, pesa solo 12.8 Kg. Senza batteria probabilmente ero sui 9/10 Kg. Non male. Ma sempre troppo per una normodotata come me che, rispetto al gruppo di gagliardi ex atleti (tra loro anche la grande Fabiana Luperini) e le ragazze scatenatissime del Team Kilocal, che, con le loro tutine bianche (e vent’anni di meno) sculettavano allegramente sulle nuove selle SMP progettate per le donne, non potevo certamente che fare la parte di chi ha le lumache che gli camminano sulla schiena.

Fabiana Luperini, in maglia verde, circondata dalla squadra imbattibile delle ragazze di Kilocal – Ph Jennifer Lorenzini tratta dal sito del Giro E

Ebbene sì, a -7 km dal traguardo a San Martino di Castrozza (e dopo 95 km di cui una trentina “in purezza”), ho gettato la spugna. E raccolta dal cucchiaio accogliente del furgone De Rosa tiro finalmente un po’ il fiato. Il buon Tiziano e l’ingegnere cinese, affranto per l’inconveniente, fanno a gara insieme al pubblico già apparecchiato a bordo strada in attesa dei professionisti, per rendermi la disfatta più accettabile. “Prego, prego! Prenda! È formaggio di qui cotto alla brace!” e mentre allungo il braccio fuori dal finestrino per acchiappare al volo un vero cibo degli dei, mi ritrovo subito con una birretta ghiacciata in mano. Il top!

Birretta sul furgone De Rosa per uno “sconto” di 5 km di salita e infine eccomi stremata al traguardo. Meno male che ci sono Beatrice e Cristiano De Rosa ad accogliermi con un sorriso!

Così in un attimo siamo a – 2 km e sai che c’è? Scendo! Mi voglio gustare l’ultima salita al mio passo, senza strafare e, ovviamente, senza motore. Tanto ormai tutti gli altri non sono più nemmeno all’orizzonte. Ma il pubblico c’è. E mi incita come fossi un grande campione “Dai forza! Dai che ci sei! Dai che manca poco!”. Chissà se qualcuno vede che sono “smotorizzata”. Cuore e fiato sono a mille neppure fossi sull’Everest. E ogni metro sembra tosto come sul Muro di Sormano. Effettivamente è tutta salita. Ecco: – 500 m. Come un giro di velodromo, mi dico. Un niente. Verticale però. Forza. Adesso siamo a metà pista. Vedo il traguardo. E la musica sparata a tutta dal palco già gremito di gente? Ma sono i Clash! Should I stay or should I go? Perfetta colonna sonora. La canto a squarciagola sputando fuori tutto l’animo punk che c’è ancora in me. E taglio. Non la pelle con le lamette, ma il traguardo.
Prima tappa del Giro E conclusa esclusivamente con le mie gambe. E nel cuore, sempre più De Rosa-style, la gioia di avercela quasi-fatta.

Nella bella sequenza scattata da Massimo Salvadore del team De Rosa tutta la fatica degli ultimi metri guadagnati senza motore a San Martino di Castrozza

Laura Magni

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