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I ragazzi e il “Giorno del Ricordo”: l'incontro in Consiglio, e le...

I ragazzi e il “Giorno del Ricordo”: l’incontro in Consiglio, e le…

10.02.2019 – 07.35 – “Sta bon che se no i te buta in foiba“. Per i ragazzini che vivevano nei quartieri di Trieste abitati, negli anni Settanta e Settanta, dai profughi dell’Istria e della Dalmazia, era una battuta che, in cortile, si sentiva spesso. Nei cortili di quelle case costruite nel dopoguerra nei rioni come Ponziana e Chiarbola – quei condomini grigi e blu fra la via Baiamonti, la vecchia Corderia e il primo Palazzetto dello Sport, ancora in costruzione – di ragazzini ce n’erano tanti, figli del nuovo benessere economico, che alla fine era arrivato. Pian piano le vecchie baracche dove prima avevano dormito gli sfollati cedevano il posto ai campi sportivi e al nuovo, ed era una battuta, quella sulle foibe, che non si capiva, che voleva dir poco: a scuola la parola “foiba” non si leggeva mai, da nessuna parte, su nessun libro. Se chiedevi a mamma o a papà, qualcuno ti diceva di non pensarci, altri voltavano lo sguardo in modo amaro, altri ancora si velavano di tristezza.

Erminia Dionis Bernobi, sopravvissuta e fuggita dall’Istria, ha ricordato ieri nella sala del Consiglio Comunale, accolta dal presidente del Consiglio Comunale stesso Marco Gabrielli e alla presenza delle autorità, degli organizzatori dell’evento e dei ragazzi delle scuole superiori “Carlo Maria Carafa” di Mazzarino (Caltanissetta) e “Calasso” di Lecce, ospiti a Trieste proprio per vivere assieme alla città il Giorno del Ricordo, quella paura di essere inseguita, ritrovata, seviziata e gettata in una foiba come era successo alla cugina Norma Cossetto e a migliaia di altri uomini e donne fatti scomparire dai soldati jugoslavi di Tito. Una paura che l’accompagnò ancora per molti, molti anni, anche dopo che da bambina si era fatta donna, aveva trovato finalmente un lavoro e si era sposata. Erminia Dionis, fino a pochi anni fa, non aveva mai trovato la forza di condividere con gli altri, neppure con i suoi familiari, la sua storia; dopo la morte di Licia Cossetto, sorella di Norma, Erminia è rimasta la sola di quel paese, Santa Domenica di Visinada in Istria, a poter raccontare.
Sentimenti condivisi dalle autorità e da tutti i presenti: introdotto dall’assessore all’educazione Angela Brandi, il ricordo è proseguito poi con le parole di Piero Camber, di Alberto Polacco, di Paolo Sardos Albertini, di tutte le autorità, in un breve ma sentito viaggio della memoria guidato le parole dello storico Andrea Vezzà, responsabile del progetto “Le tracce del Ricordo”.

Albertini, Camber e Vezzà hanno condotto i ragazzi presenti attraverso le ragioni dell’eccidio delle foibe e la situazione storica e politica della Trieste e dell’Istria dell’epoca: dalla Seconda Guerra Mondiale, all’arrivo dei soldati jugoslavi e all’occupazione di Trieste, alla politica stessa di Tito, divenuto da risoluto e spietato comandante delle forze militari che si erano ribellate alla Germania di Hitler e avevano riconquistato le terre jugoslave – scacciando però gli italiani dalle loro – a, dopo la rottura del 1948 con Stalin, ‘quasi alleato’ da tenere amico in virtù dei buoni rapporti commerciali e militari con le potenze occidentali e con l’Italia stessa. E di foibe, quindi, non si parlò più fino ai tempi recenti, perché parlarne, nonostante l’evidenza dei fatti, era scomodo, poco opportuno: come ha ricordato Sardos Albertini, “nessuno volle andare fino in fondo alle foibe”: né fisicamente, né politicamente. I momenti di ricordo vissuti in Consiglio Comunale riflettono idealmente quanto ha detto il presidente Mattarella, “cadde un’ingiustificabile silenzio”: “Non si trattò, come qualche storico negazionista o riduzionista ha provato a insinuare, di una ritorsione contro i torti del fascismo. Perché tra le vittime italiane di un odio, comunque intollerabile, che era insieme ideologico, etnico e sociale, vi furono molte persone che nulla avevano a che fare con i fascisti”. Erano semplicemente italiani.

L’incontro si è concluso con un ringraziamento a tutti i presenti e alle autorità da parte del presidente della sezione locale dell’associazione dell’Arma di Cavalleria, capitano Fabio Tognoni, al quale si deve molto del lavoro che ha portato alla collaborazione con le citate scuole per la riuscita del progetto. Progetto che continua anche attraverso il concorso letterario e artistico internazionale organizzato proprio dall’istituto “Calasso” di Lecce, dirigente scolastico il professor Mario Biagio Portaccio, al quale tutti gli alunni delle scuole italiane possono partecipare.

Il Giorno del Ricordo, istituito nel 2004, è una solennità che ha fatto di ciò che accadde nei pressi di Trieste un simbolo per tutta Europa, un momento di riflessione su quelal che fu la vicenda del confine orientale nel confronto fra i due blocchi, quello occidentale e quello comunista, che già con il 1945, quasi senza soluzione di continuità con la Seconda Guerra Mondiale, era iniziato.
Gli studenti di Mazzarino e Lecce saranno domani mattina a Basovizza e a Monrupino assieme ai ragazzi e alle ragazze delle altre scuole che giungeranno da Como, Orvieto, Palazzolo sull’Oglio (Brescia), Mozzecane (Verona), Pisa, Cervignano, Sacile-Brugnera e Spilimbergo, con le triestine “Petrarca”, “De Marchesetti” e “Ivo Gruden”.

Il Giorno del Ricordo si è affermato con lentezza; dopo esser stato istituito nel 2004, non è diventato da subito quel simbolo che invece oggi è. Ma, come è stato sottolineato da tutti gli intervenuti, occorre fare ancora di più. Domani 10 febbraio, a Basovizza, alla presenza del vicepremier Matteo Salvini e del presidente Antonio Tajani, lo sarà ancora una volta, come ogni anno: finalmente è possibile ricordare e parlare.

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