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Irlanda, la nuova frontiera

Irlanda, la nuova frontiera

DUBLINO – Quando nel 1989 è crollato il muro di Berlino, sembrò che in Europa non ci fossero più barriere. Ma era un’impressione sbagliata. Un muro ha continuato ad esistere per tutto questo tempo, dividendo in due una città europea: quello di Belfast, che separa il quartiere cattolico, repubblicano, indipendentista, dal quartiere protestante, monarchico, unionista, cioè fedele a Londra. Tuttora, per passare da una parte all’altra del muro, ci sono pesanti porte di acciaio che vengono aperte ogni mattina all’alba e chiuse dopo il tramonto: di notte, anche ventun anni dopo gli accordi di pace, per ragioni di sicurezza è preferibile tenerle sprangate, la prova che violenza e tensioni non sono del tutto scomparsi.

I murales colorati che adornano il muro di Belfast sono un memento dei Troubles, i “Guai” o “Problemi”, l’eufemismo con cui vengono chiamati i tre decenni di guerra civile che hanno causato 3500 morti e decine di migliaia di feriti. Fortunatamente, questi disegni per lo più macabri, che raccontano di attentati, vendette, repressioni, ora sono più che altro un’attrazione turistica: almeno mezza dozzina di agenzie di viaggi portano comitive di visitatori a fotografarli. “Il muro è un monito per ricordarci un passato a cui non vogliamo assolutamente ritornare”, dice un inglese di Oxford, venuto a visitarlo insieme a moglie e figlia adolescente. “Vederlo fa venire in mente il muro di Berlino“, gli fa eco un turista italiano venuto dal Veneto. “Mette tristezza”.

Un secolo fa, tre quarti dell’Irlanda ottenne l’indipendenza dal Regno Unito dopo una sanguinosa guerra di liberazione, rievocata alcuni anni or sono da “Michael Collins”, un bel film sul leader della rivolta indipendentista. Ma Collins fu assassinato da un combattente irlandese, che gli rimproverava di avere terminato il conflitto troppo presto, lasciando a Londra una parte dell’isola, le contee più settentrionali, colonizzate dagli unionisti britannici: l’Irlanda del Nord. Oggi 5 milioni di abitanti vivono nella repubblica d’Irlanda, altri 2 milioni nell’Irlanda del Nord britannica. In comune hanno avuto una lunga miseria: nel corso del tempo ben 10 milioni di persone sono emigrate dall’Isola di Smeraldo, il nomignolo dovuto ai suoi prati verdi eternamente bagnati di pioggia, per lo più dirette in America, in cerca di un futuro migliore. Per trent’anni è stata anche un’isola in guerra. Fino alla pace del Venerdì Santo del 1998, così ricordata perché la firma del patto giunse alla vigilia della Pasqua, il confine tra le due Irlande era rigidamente militarizzato: 500 chilometri di filo spinato, torrette di guardia, check-points. C’erano attese di ore per attraversarlo, contrabbando d’armi, frequenti attacchi alle postazioni dell’esercito britannico. La pace ha reso quel confine invisibile.

Meglio di complicati concetti, un viaggio in auto da nord a sud illustra quanto sia cambiata la situazione: non ci si accorge nemmeno di avere lasciato l’Irlanda del Nord ed essere entrati in Irlanda, se non per i cartelli stradali che dapprima indicano i limiti di velocità in miglia, sul versante britannico, e poi in chilometri, su quello irlandese. Pettigo, un villaggio di 470 abitanti a due ore da Belfast, è l’unico centro urbano dell’isola diviso in due dalla frontiera. Un tempo, la sua posizione geografica aveva effetti destabilizzanti. Molti degli odierni residenti hanno avuto un padre, uno zio o un fratello uccisi negli scontri fra indipendentisti dell’Ira, l’Irish Republican Army, e unionisti legati alla corona britannica. Dal ponte sul fiume Tremon, da cui passa il confine, grondava letteralmente sangue. Scendiamo dall’auto. Procediamo a piedi. Ora questo ponticello di pietra lungo la strada fra Belfast e Dublino si può attraversare indisturbati. All’estremità nord del ponte, siamo in Irlanda del Nord, dunque nel Regno Unito. All’estremità sud, percorsi pochi passi, siamo entrati in Irlanda. Non ci sono controlli. Non si avvertono differenze. Perché su entrambi i lati del ponte siamo nella Ue. Nell’Europa unita.

Nello studio della sua casa di Dublino, Catherine Dunne concorda: “Per me la cosa più importante e significativa che la Ue ha fatto per l’Irlanda è stata sostenere in tutti i modi pratici e psicologi il processo di pace”, dice la scrittrice di “La metà di niente” e tanti altri romanzi. “Mio padre e tutta la sua famiglia vengono dall’Irlanda del nord, appena fuori da Belfast, e quando ero bambina li andavamo a trovare da Dublino, ma naturalmente durante il periodo dei Troubles non si poteva più fare e purtroppo molti legami familiari sono andati perduti. In anni recenti, per andare al Nord a visitare amici, il confine è diventato meno un problema. È diventato meno visibile. Ed è diventato facile dimenticare che l’isola è divisa. Perché essere costretti a attraversare check point e frontiere ha un effetto profondo sull’identità della gente. E ora che questi confini non ci sono più, non vogliamo in alcun modo tornare ad averli”.
Rep
Senonché, nel giugno 2016, a minacciare la pace irlandese, è intervenuta la Brexit. L’uscita del Regno Unito dalla Ue rischia di ricreare il confine fra le due Irlande, riaccendere il conflitto e mettere in pericolo i progressi degli ultimi due decenni. “Temo molto quello che potrà accadere, se e quando la Brexit diventerà realtà”, ammonisce la scrittrice sulla porta di casa. “Ci sarà certamente una spinta indipendentista a unificare l’isola attraverso un referendum. Ma gli unionisti resisteranno con le armi”. A Londra, c’è chi condivide quest’ansia. “Per quanto Theresa May si sforzi di cercarla, non esiste una soluzione alla questione del confine irlandese“, afferma l’ex-primo ministro Tony Blair, uno degli artefici della pace in Irlanda del Nord, il risultato più importante dei suoi dieci anni a Downing Street. Se la Gran Bretagna esce completamente dalla Ue, con il cosiddetto “no deal”, cioè senza accordi di alcun tipo con Bruxelles, “danneggerà irrimediabilmente la pace in Irlanda“, avverte Blair. Viceversa, se uscirà con una soft Brexit, “dovrà cedere parte della propria sovranità alla Ue”. Per l’ex-premier laburista, l’unica soluzione è un secondo referendum: il suo auspicio è che il popolo britannico, meglio informato di tre anni or sono, capovolga la decisione del primo referendum e decida di restare nella Ue.

Da questa decisione dipende il futuro dell’Irlanda. È innegabile che, insieme a Gibilterra, l’Irlanda del Nord sia l’ultimo retaggio coloniale dell’Impero britannico in Europa. Ma la comune appartenenza alla Ue di Irlanda e Gran Bretagna ha permesso il superamento di un torto coloniale senza la necessità di un’altra rivolta armata, come quella di Michael Collins nel 1921, per cancellarlo. E l’Europa unita, per sostenere la pace, ha usato l’argomento più solido: il denaro. Diffondendo per la prima volta il benessere in entrambe le parti dell’isola.

I segni della vecchia Irlanda, a Dublino, non mancano. La fabbrica della Guinness, la famosa birra scura irlandese, fondata nel 1759. Trinity College, l’antica università da cui sono usciti Oscar Wilde e Samuel Beckett. Il pub David Byrne, dove veniva bere James Joyce, in cui il grande scrittore irlandese fa bere e mangiare anche il protagonista del suo epico romanzo, l’Ulisse. Ma Joyce non riconoscerebbe la Dublino attuale, trasformata da un boom economico che è stato un cruciale fattore della pace. Ieri era la capitale di una terra di emigranti, oggi è il quartier generale europeo dei giganti della rivoluzione digitale: Google, Facebook, Amazon, sono tutti qui. Ryanair, la compagnia dei voli a basso costo che hanno rivoluzionato i viaggi e lo stile di vita in tutto il continente, è il simbolo della nuova Irlanda, soprannominata “tigre celtica” per analogia con le tigri delle nuove economie asiatiche padrone del mondo. Di questa prodigiosa evoluzione, la Ue è stata indubbiamente il motore, dando un contributo decisivo all’economia irlandese.

“Dal punto di vista, economico l’Unione Europea è stata enormemente importante per l’Irlanda“, spiega Martina Lawless, economista dell’Economic and Social Research Institute, il più prestigioso istituto di studi socioeconomici irlandese, affacciato al nuovo quartiere sorto sui docks del porto, dove magazzini fatiscenti sono stati rimpiazzati da grattacieli di cristallo e le gru sono ancora al lavoro per costruire nuovi torri di uffici o appartamenti, testimoni di un boom che, nonostante un paio di pesanti flessioni, dura ormai da vent’anni. “Quando nel 1972 l’Irlanda è entrata nella Ue aveva un reddito pro-capite che era il 60 per cento di quello medio dell’Unione”, continua l’economista. “Oggi l’Irlanda ha un reddito pro-capite che è circa il 140 per cento di quello medio della Ue. Avere accesso al mercato europeo ha reso il nostro paese molto attraente per le multinazionali Usa, che sono venute in Irlanda per ragioni di affinità linguistica e culturale, ma anche perché dall’Irlanda, in quanto paese della Ue, possono rivolgersi al più ampio mercato europeo. Siamo diventati un ponte fra l’Atlantico e l’Unione Europea. Inoltre, la Ue è stata molto importante per il processo di pace. L’unione doganale e il mercato comune hanno fatto scomparire i controlli al confine in tutta l’isola, purtroppo tornati di attualità con i negoziati sulla Brexit. È stato lo sviluppo portato avanti dall’Unione Europea che ha fatto sì che quei controlli di confine venissero tolti. Un maggiore libero scambio economico ha avuto luogo attraverso la frontiera, aiutando l’integrazione e lo sviluppo del processo di pace in modo notevolmente significativo”

La gente di Dublino sembra dello stesso parere, stando a un improvvisato sondaggio su Grafton Street, la via dello shopping e del passeggio nel cuore della città. “Cosa penso dell’Unione Europea? Penso che è una buona cosa, ha i suoi difetti ma qui in Irlanda siamo felici di farne parte”, risponde un uomo anziano. “Appoggiamo la Ue, è stata fantastica per il nostro paese, ha cambiato le cose in meglio”, sostiene un uomo di mezza età con la compagna a braccetto. “L’Europa unita? L’adoro, è un progetto formidabile”, si entusiasma una donna più giovane. Ha capelli rossi e occhi verdi: il classico aspetto irlandese. Non è mutato, il look del suo popolo: tutto il resto, invece, sì. Con una serie di referendum, il paese più ferventemente cattolico d’Europa ha approvato il diritto d’aborto, il divorzio (una nuova consultazione, indetta in concomitanza con le elezioni europee di maggio, lo renderà ancora più rapido), il matrimonio fra persone dello stesso sesso. Il suo primo ministro, Leo Varadkar, è figlio di un immigrato indiano e ha rivendicato di recente la propria omosessualità facendo visita alla Casa Bianca insieme al suo partner. Sono trascorsi cent’anni dalla pubblicazione dell’Ulisse, il libro che ha fatto di una giornata a Dublino la storia dell’umanità, e un Joyce redivivo davvero non la riconoscerebbe.

Le radici irlandesi affondano in un passato più remoto. Mille anni or sono, questa piccola, orgogliosa nazione salvò la civiltà europea, quando i suoi monaci ricopiarono a mano i manoscritti che rischiavano d’andare perduti nei secoli bui del Medio Evo, come narra lo storico americano Thomas Cahill nel libro “How the Irish saved civilization”. Ebbene, la Ue ha restituito il favore, portando all’Irlanda pace e prosperità.  Ma tutto questo potrebbe drammaticamente cambiare se in futuro, a causa della Brexit, il ponticello di Pettigo diventerà la nuova frontiera dell’Europa.
 
 
 
 
 
 
 
    

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