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L'assassino timido di Clara Usòn

L’assassino timido di Clara Usòn

(di Paolo Petroni)
(ANSA) – ROMA, 22 MAR – CLARA USON, ”L’ASSASSINO TIMIDO”
(SELLERIO, pp. 190 , 15,00 euro – Traduzione di Silvia Sichel).
A leggere questo romanzo molto legato alla cronaca e la
storia di Clara Usòn in questi giorni si va col pensiero alle
prime pagine dei giornali con la vicenda di Imane Fadil, la
modella legata al mondo delle olgettine di Berlusconi morta in
misteriose circostanze, si dice uccisa. Anche la giovane attrice
Sandra Mozarovski, fatte le debite differenze, morì in
circostanze non chiarite nel 1977, forse non suicida come si
cercò di far credere nella Spagna puritana del tempo, ma uccisa
dai servizi segreti perché, amante di Re Juan Carlos, era
rimasta incinta. Detto questo però è bene sottolineare come
L’assassino timido” sia un romanzo capace, anche per il
mettersi direttamente in gioco dell’autrice, di parlare d’altro,
di farsi emblematico e metaforico, allargando il discorso
attorno alla ricostruzione della storia di questa attricetta
anni ’70, nel periodo a cavallo della morte di Franco e la fine
della dittatura, che, recitando e spogliandosi in film che
volevano, con ciò, fare da diversivo rispetto al desiderio di
nuovo di una società da anni costretta alla censura d’un gretto
moralismo di stato, fu simbolo di un’illusoria libertà mentre
mancavano tutte le vere libertà.
La Usòn, coetanea della Mozarovski, raccontando lei, dei suoi
sogni e dei suoi sforzi per realizzarli, dei suoi rapporti con
la famiglia e con la madre, racconta anche di sé, di sua madre e
contemporaneamente delle difficoltà di vivere in una società che
cambia velocemente, illudendo e deludendo una generazioni di
giovani che, credendosi invulnerabili come capita alla loro età,
vengono presi alla sprovvista dalla vita, tanto che arriveranno
gli anni ’80 col dilagare dell’eroina e si troveranno a
alternare feste e funerali, quelli dei propri amici a quelli dei
nonni.
   
Cosa veramente abbia attratto la scrittrice nella storia
della povera Sandra, morta a soli 18 anni, lo scopriremo alla
fine, in una conclusione di questa narrazione tra autobiografia
e saggio riappacificatrice e emblematica, in relazione alla
propria ”timidezza”. Quella timidezza del titolo che deriva da
Cesare Pavese che definiva i suicidi ”omicidi timidi”, mentre
per la Usòn, essendo quest’atto premeditato, fatto con paura e
malafede, si tratta di ”assassini timidi”. E poi, in questo
romanzo asciutto e intenso sulla vita e il rapporto con la
morte, sul crescere e imparare a riflettere rispetto agli anni
della spensierata sconsideratezza giovanile, c’è anche Ludwig
Wittgenstein. Il filosofo che volle partecipare alla prima
guerra mondiale dove corse pericoli senza riguardarsi, convinto
che potessero insegnargli molto sugli uomini e concludendo alla
fine che ”solo la morte dà significato alla vita”. Così si
cita Borges, per il quale si è sempre fatalmente moderni giacché
si vive nel presente, per spiegare che si può essere
contemporanei e vivere nel passato come accadeva nella Spagna di
Franco in cui ”il tempo ci pareva diverso da quello dei paesi
vicini i cui abitanti vivevano nel futuro da decenni” perché
”a un certo punto, nel dopoguerra, il nostro orologio aveva
smesso di funzionare, con un dittatore che non voleva morire e
un mare e dei monti che ci separavano dalle altre nazioni
fortunate”.
Con l’arrivo della democrazia, dopo il 1975, l’unica urgenza
è quindi quella di balzare nel futuro, ma per molti questo balzo
diventa tragico, come per Sandra Mozarovski, che voleva studiare
e diventare una vera attrice, che lottava contro la sua famiglia
e con sua madre, che pure ovviamente l’amava e le era vicina.
   
”Non sono abituata a essere un’ombra impegnata in affannosi
giochi di ombre con i quali cerco di fermare il flusso di una
vita che è imprevedibile, impura, assurda – alla fine scrive di
sé l’autrice – e mischia cose disparate, unisce persone che tra
loro non c’entrano niente, io e mia madre per esempio; mia madre
si sarebbe meritata un’altra figlia, io avrei preferito un’altra
madre, all’inizio, poi no, quando era ormai troppo tardi”.
   

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