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London Fashion Week Men's SS19. Talents to watch

London Fashion Week Men’s SS19. Talents to watch

Che la London Fashion Week sia la fucina di giovani talenti, è risaputo da tempi antichi che hanno testimoniato il passaggio, fra le passerelle della città, di nomi come Jonathan Anderson, Grace Wales Bonner, Craig Green.
La SS19 ha dato nuovamente l’opportunità ai brand (già conosciuti o alle prime armi) di esprimere la propria creatività in totale libertà d’espressione senza limiti, caratteristica che contraddistingue storicamente la capitale inglese. Dalla queerness di Charles Jeffrey Loverboy e Stefan Cooke all’attenzione per il clima di Christopher Raeburn, passando per una lettera d’amore alla propria città di Martine Rose e all’estremizzazione concettuale del finalista LVMH A Cold Wall, la futura stagione estiva sarà arricchita dalla nuova British Wave che è solamente appena iniziata.

Martine Rose
Martine Rose ha invitato editor e VIP (tra cui Virgil Abloh, da poco direttore creativo della linea menswear di Vuitton) in un quartiere a nord di Londra – Chalk Farm – in una location inaspettata: un cortile interno in un complesso di case popolari. In mezzo agli ospiti, inclusi gli abitanti del quartiere, una dichiarazione d’amore per Londra espressa tramite lo stile al limite fra il kitsch e l’underground tipico della designer; citazioni agli anni Ottanta, Novanta e primi Duemila uniti in un ensemble atemporale che racconta la gioventù cool e hip della città. Decisamente di rilievo il mix di stampe (tra cui il leopardato, fra i trend della stagione inglese) e i mocassini vintage che hanno aiutato la collezione a emergere, sottolineando il contrasto fra il casting giovanissimo e i diversi riferimenti storico-estetici.

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La collezione SS19 di Martine Rose è completa, costruita su tanti complessi strati di lettura che confermano lo status della designer fra le più interessanti sulla scena internazionale.

A Cold Wall
Samuel Ross, ex-consulente di Off-White, ha saputo cogliere gli aspetti fondamentali di tutti i designer definiti concettuali del momento: una location d’impatto, una performance surreale e un’atmosfera fra il misterioso e l’assurdo. La collezione di ACW è riuscita a farsi spazio in mezzo a un’imponente mise en scène (esagerata dai ventilatori e dal kit offerto al pubblico, comprendente occhiali di sicurezza, mascherine e tappi) che talvolta ha distratto l’attenzione dai capi che mantengono tutti i capisaldi del brand: street, sport, concept. Nonostante tutto, i capi di Ross, tolti dall’aura intellettuale che li avvolge, sono decisamente facili e intellegibili, e forse è questo che guida il successo del designer. La performance, in ogni caso, che prende spunto dalla condizione umana mischiata alle macchine e alle atmosfere industrial, fa sì che A Cold Wall venga inserito in quella nicchia di brand come Rick Owens che fanno del concetto il loro fulcro. E ciò, come per il suo precedente boss Abloh, farà nascere sicuramente un culto per il giovane designer inglese.

Kiko Kostadinov
Interview by the River è il titolo della sesta collezione di Kiko Kostadinov, giovane designer bulgaro che fa della cultura più raffinata e astratta il perno per il proprio marchio – sviluppato insieme al lavoro che Kostadinov realizza per Mackinstosh. Ispirato dall’artista Martin Kippengerber e dalla sua opera The Happy End of Franz Kafka’s America, a sua volta ispirata dal racconto Amerika di Franz Kafka, Kostadinov esplora l’ipotetico happy ending del racconto (incompleto), in cui il protagonista dopo un lungo viaggio prova a lavorare per il più ‘grande teatro nel mondo’. E questo grande teatro è tradotto in un viaggio a tratti onirico in India, fra l’energia del paese e la situazione sociale locale. In ogni caso, la collezione di Kostadinov è da scoprire e più la si scopre, più si colgono i riferimenti visivi, i viaggi, la letture, l’amore. Oltre alle reference citate, il designer omaggia il proprio paese d’origine con appliqué presi dai tappeti bulgari, jacquard, chambray che rendono la collezione estremamente raffinata, leggera, contemporanea. A completare il lavoro di per sé perfetto, headpieces e accessori realizzati insieme alla mano esperta di Katsuya Kamo.

Cottweiler
Il duo Ben Cottrell e Matthew Dainty, designer di Cottweiler, si spingono verso mondi a tratti new age per la loro collezione SS19. Lo show, situato al Rambert Dance Company nel South Bank, fra bassi divanetti e panche minimal, ha mostrato capi che testimoniano il viaggio hippie del duo, fra mantra recitati, rumore di onde, distorsioni sonore. La stagione di Cottweiler è effortless, pacifica (sensazione evocata sicuramente dal soundtrack) fra tracksuit, pantaloni a vita bassa che lasciavano intravedere jockstraps, t-shirt dalle stampe di loto. Abiti, sound, colori hanno reso il pubblico partecipe al ritiro spirituale dei designer, sicuramente chic, sicuramente cool, ironicamente sexy. Una collezione menswear interessante e uno show spiritualmente affascinante: una combinazione perfetta per la prossima stagione estiva.

Charles Jeffrey Loverboy
Loverboy chiude la fashion week inglese con una collezione dal forte carico emotivo. Sarà forse perché siamo nel mese dei Pride internazionali, ma l’attenzione amorevole del designer per il mondo queer è attraente, commovente, liberatorio, senza alcuna melassa o atmosfere malinconiche. Jeffrey riesce a rendere libero e senza limiti con le sue collezioni LGBTQ+ / club kid un mondo in cui la libertà è a rischio ogni giorno – basti guardare la situazione politica che la maggior parte dei paesi mondiali stanno affrontando. In particolare, il designer si è concentrato in questa collezione sul mondo transessuale, in uno show dal profondo carattere espressivo. Poco importano gli abiti in questi casi – e si sa che Loverboy riesce a portare a termine una collezione senza alcun problema – perché rimarrebbe superficiale citare i vari tartan, le citazioni al rugby, il tailoring, i cut-out. Ciò che conta, per Charles Jeffrey Loverboy, è l’espressione. È il messaggio di amore e libertà e ciò di cui anche il mondo della moda necessita, oggi più che mai.

Ottimamente realizzata anche la collezione di Stefan Cooke che esplora nella sfilata MAN il mondo queer in elaborati look e ironiche borse shopping, in particolare il top senza maniche dagli intrecci elaborati.

Xander Zhou, invece, trasporta il pubblico in una dimensione extraterrestre fra modificazioni del corpo (gravidanze maschili o alien abduction?) e un sarcastico mondo surreale ben costruito, volutamente caotico.

Pronounce, invece, rimane sulla terra, precisamente in una chiesa di St Georges Bloomsbury, fra poetiche creazioni, fiori e tonalità contrastanti come blu, arancione, verde scuro, bianco e un tenero rosa. Interessante l’uso delle proporzioni e delle stampe.

Blindness realizza una collezione che cita il mondo della tradizione inglese (il check, i trench, …) e la dimensione eterea delle trasparenze, quasi couture grazie all’abile gioco di perle, fiocchi, lunghezze da soirée.

Phoebe English da questa stagione decide di unire le due collezioni (uomo e donna) per farle sfilare durante la settimana maschile della capitale, tendenza quasi controcorrente viste le passate decisioni di altri brand. La collezione della designer è composta per l’uomo da riferimenti al mondo asiatico (abbottonature, scolli, lunghezze dei pantaloni) e su una palette più variata rispetto alla collezione donna che invece è composta invece da trasparenze e drappeggi lucidi, su tonalità più piatte ma dal carattere più incisivo.

Christopher Raeburn invece cerca di indirizzare il proprio pubblico verso la consapevolezza climatica, argomento imprescindibile e obbligatorio – giustamente – per la nostra società. La collezione è dinamica fra citazioni estremamente sportive quasi per creare un survival – wardrobe, una premonizione dalla lettura catastrofica ma, purtroppo, realistica.

Infine, Paria Farzaneh presenta la propria collezione in un giardino estremamente soleggiato nel South Bank di Londra; la collezione cita il mondo afoso e carico di stampe, trame del mondo indiano, unito alla leggerezza e easyness dei capi: casual è la parola giusta, unita alla tradizione e all’amore per la comunità indiana e pakistana che ha contribuito da sempre a ciò che è oggi Londra – come testimonia Sadiq Khan, sindaco della città.

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