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Meri Gronchi, vi racconto l'arte del mobile

Meri Gronchi, vi racconto l’arte del mobile

Meri Gronchi è una giovane design del mobile italiano indirizzato al mercato di lusso per l’estero, originaria di Cascina in Provincia di Pisa. Sposata e madre di due piccole gemelle, figlia d’arte di un falegname e mobiliere, diplomata all’Istituto d’Arte Russoli di Cascina – un tempo punto di riferimento mondiale per i mobilifici, i falegnami e gli artisti del legno di tutto il mondo, oggi in crisi di identità come tante realtà produttive desertificate dalla industrializzazione e dalla crisi di vocazione – realizza opere di ingegno unendo la perizia dell’artigiano alla creatività dell’artista, il tutto poi spesso industrializzato. Collezioni di mobili, dalle camere alle sale, alle cucine ai bagni, decori su stoffe, illuminazioni, tappeti, carte da parati… ma anche lussuose residenze di principi e facoltosi di ogni parte del mondo contengono opere di arredamento e di design di Meri, più conosciuta forse all’estero che in patria.

Incontrati grazie al nostro canale YouTube ci ha raccontato la sua storia davvero Stra-ordinaria anche per la “follia” di certe scelte professionali e biografiche, per provare a lanciare un messaggio a chi ancora oggi crede nel lavoro manuale, nello studio, nella bellezza della fatica.
L’occasione è stata l’imminente apertura della mostra Workshop Il design dei mobili d’arte di Meri Gronchi che sarà ospitata, dal 16 al 22 Marzo, presso i locali della Società Operaia di Cascina, un sodalizio che raccoglie e documenta le tracce di quando “cascinese” e “mobiliere” erano sinonimi.

Durante il periodo della mostra faranno visita le classi dell’Istituto d’Arte di Cascina, così che gli studenti possano conoscere una realtà tanto a loro ambita quanto rara al giorno d’oggi per chi intraprende questo genere di studi. Nella mostra sarà possibile vedere anche i lavori del periodo scolastico di Meri a confronto di quelli professionali di oggi giorno. A tal proposito queste le parole dell’Istituto: “Il liceo artistico F. Russoli sede di Cascina è lieto di presentare la mostra di Meri Gronchi, in quanto Meri è una nostra ex alunna che si è diplomata nel 95 all’istituto d’arte di Cascina. Facciamo a Meri i nostri complimenti per essere riuscita a trasferire nel lavoro e nelle sue realizzazioni le competenze acquisite con lo studio. La vicepreside prof.ssa Alessandra Ricci”.
Doveroso conoscere, come leggerete di seguito, qualcosa in più anche sulla Società Operaia attraverso le parole del suo appassionato presidente Antonio Martini.
Ma iniziamo con la Gronchi.
Buona lettura!

Alcuni bozzetti di Meri

Meri Gronchi con il nostro Andrea Pannocchia e Antonio Martini, il presidente della Società Operaia

Cominciamo con un ordine diverso da quello solito delle interviste, perché si fa un viaggio a ritroso. Prima di tutto ti chiedo cosa ti ha colpito di noi e perché hai iniziato questo percorso che mi ha portato oggi a essere qui con te?

“Innanzitutto ti ringrazio caro Andrea, ho incrociato, navigando su YouTube, la vostra professionalità, e istintivamente mi è venuto di pensare che forse la mia esperienza lavorativa potesse essere d’aiuto per i ragazzi che stanno studiando l’arte, in questo caso all’Istituto d’Arte di Cascina. Sono cascinese, ho vissuto 20 anni proprio nel centro storico e sono uscita dall’Istituto d’Arte di Cascina, in particolare dal settore del mobile. Dall’Istituto d’Arte ho ricevuto la formazione basica giusta per affrontare l’aspetto professionale, ad oggi ho sentito l’esigenza di restituire in qualche modo ciò che ho appreso alla scuola, magari colmando informazioni ed incentivando gli alunni, nella speranza che non si perdano verso altre strade. Vorrei dare loro una luce di speranza e dare coraggio nell’alimentare le proprie ambizioni, per amalgamare la propria creatività mentale e manuale con il mondo del lavoro artigianale ma soprattutto industriale, cosa della quale non avuto io a suo tempo. L’arte può e deve plasmarsi con il mercato e puntando sul proprio stile e farne l’arma vincente particolare che abbiamo solo noi designers italiani che ci contraddistingue nel mondo, così che non siano i ragazzi a cercare il lavoro ma il lavoro a cercare loro da qualsiasi parte del mondo”.

Tu sei figlia d’arte, dunque?

“Sì, tra virgolette, nel senso che il mio padre Vasco Gronchi era, ed è, falegname e mobiliere. Ha una falegnameria e ha sempre lavorato il legno specializzandosi sul classico. Sono nata e cresciuta con questo culto, mi è sempre piaciuto”.

Quando decidi che la passione ereditata da tuo padre, dalla famiglia, debba diventare un lavoro?

“Penso da subito, perché in casa abbiamo sempre avuto mobili classici con intagli e ricordo che mio padre suggeriva: “Prendi un foglio, matita e copia la colonna”. Ero piccolissima, penso di aver avuto 7 anni. Figlia unica, forse per passare il tempo mi dedicavo a disegnare la colonna della credenza ricca di riccioli e che ancora oggi ricordo perfettamente. Penso che grazie a questo esercizio abbia sviluppato la manualità nel disegnare il classico. Poi, durante il week end mi portava in falegnameria e assistevo alle lavorazioni del legno da dietro le macchine”.

Dov’è la falegnameria?

“Nel centro storico di Fornacette, un paese vicino a Cascina. Ricordo anche che mio padre mi portava alle cene di lavoro con i titolari e operai delle ditte mobiliere di zona e quindi sono sempre stata a contatto con queste personalità”.

Quando accade, nella vita di Meri Gronchi, un episodio alla sliding doors, uno di quelli che cambia la vita?

“Accade nel 1995. Ricordo che in quel periodo mi ero appena diplomata e assumevano tantissimo personale alla Piaggio di Pontedera. Mio padre mi obbligò a scrivere una lettera di domanda di assunzione per farmi prendere, mi dette la busta indirizzata alla Piaggio e mi disse: “Vai e alla prima cassetta della posta che trovi imbucala”. Io, invece, la gettai nel primo bidone della spazzatura che trovai! Perché sapevo in cuor mio che se fossi entrata in fabbrica non starei di certo a raccontare questa storia professionale. A mio padre l’ho confessato solo pochi mesi fa, dopo quasi 25 anni dall’accaduto”.

Che cosa stavi architettando?

“Dentro di me doveva sfociare questa passione per l’arte. Il desiderio di ideare prodotti utili e funzionali ma anche particolarmente ricercate era elevato”.

Sei titolare di una ditta?

No, sono dipendente da molti anni come designer presso Riva Mobili d’Arte (Per ammirare le opere https://rivamobilidarte.com/), una prestigiosa ditta di Meda in Lombardia e il nostro mercato altamente lussuoso è rivolto esclusivamente per l’estero”.

Meri, ti senti più designer o più artista?

“Artista, perché ogni designer è un’artista, anche se sono molto vincolata dalla progettazione industriale. Oggi giorno, come anche in passato, ogni artista se vuole stare sul mercato deve seguire le regole dettate dal commercio e|o sapersi imporre. L’arredo sono forme d’arte, espressioni estremamente personali di chi disegna gli articoli e chi ci si rispecchia dentro, andando oltre i limiti nei modi e nelle maniere più disparate”.

Se tu dovessi riassumere, magari ai non addetti ai lavori, le caratteristiche delle tue opere, cioè quello che ti contraddistingue dagli altri che fanno questo lavoro, che cosa diresti?

“Progetto articoli che sono innovativi, che hanno sempre una base molto classica perché sono decorati con intagli, intarsi, stoffe, cristalli con un grande richiamo barocco, però alla base hanno una linearità e uno studio moderno, con linee e strutture spesso pulite”.

La moda, il design e l’arredamento si intrecciano fortemente, vanno di pari passo, giusto?

“L’alta moda, design e arredamento di lusso sono sempre andati di pari passo e come buoni parenti, direi ottimi cugini, spesso si invitano a cena per scambiarsi idee, ispirazioni, materiali e colori. Sono due settori del lusso che possono e devono esprimersi con innovazioni della fantasia, unito alla progettazione industriale o artigianale e incastrandosi perfettamente ai paletti dettati dal sempre spietato mercato per cui è rivolto.
Non c’è arredamento di lusso senza assaporare l’animo dell’alta moda e viceversa, i due mercati si fondono e si intrecciano in un’unica filosofia di vita, l’innovazione del bello. Non a caso il connubio tra brand della moda e design sono sempre più vincenti, l’arredo griffato come da Trussardi Casa a Roberto Cavalli Home, da Fendi Casa a Versace Home, da Armani Casa a Kenzo Home, da Missoni Home a Hermès Home spopolano ovunque”.

Perché si è persa la tradizione dell’artigianato cascinese, secondo te?

“Prima di tutto c’è stata una forte crisi economica, e questi mobili fatti secondo il criterio dell’artigianalità costano. È cambiato l’approccio all’acquisto degli arredamenti per la casa connesso alle disponibilità di potere d’acquisto e ai prezzi che si sono fatti più economici a danno della qualità. Così si sono affacciate le grandi ditte industriali del mobile e dell’arredamento di massa che hanno abituato la clientela a spendere meno e a non considerare più strategico un investimento nei mobili. Manca il coraggio, la competenza e l’ambizione unita al sacrificio di mettersi in gioco delle nuove generazioni”.

Perché è così importante la tua mostra alla Società Operaia?

“Mi è stato chiesto di allestire questa mostra proprio dalla Società operaia e ho accettato volentieri. E’ per me una grande soddisfazione dal punto di vista professionale e personale. Sono contenta di esporre i miei lavori presso la Società operaia, è una realtà che tanto fa per tutelare le nostre tradizioni del territorio”.

Qual è il complimento più bello che hai ricevuto o che ti piacerebbe ricevere di fronte ai tuoi lavori?

“Posso dire che i complimenti più graditi sono quando vado in fiera al Salone del Mobile di Milano e, persone arrivate dall’altra parte del mondo, rimangano entusiasti dalle mie idee e soluzioni”.

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