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Mētis - comune

Mētis – comune

Abbiamo bisogno di riscoprire, difendere e reinventare quelle pratiche vernacolari, informali e poco codificabili, fondate sull’esperienza locale. Abbiamo bisogno di aprire campi di riflessione inediti, immaginare mondi nuovi con lo sguardo dei più deboli, ripensare l’arte di apprendere, mettere in discussione dogmi, ad esempio quello secondo cui la creazione dello Stato è stato il momento centrale e fondamentale per il progresso dell’umanità. Ma abbiamo bisogno anche di accogliere incertezza e complessità per non affidarci unicamente alle infallibili ricette della tecnica e della scienza e per rifiutare il dominio della produzione mercantile in cui la forma Stato svolge ancora oggi una funzione centrale. James Scott, già noto per un testo che ha segnato la storia del movimenti sociali (Il dominio e l’arte della resistenza), definisce quelle conoscenze pratiche legate ai territori mētis e in Lo sguardo dello Stato (edito da elèuthera) argomenta in modo brillante, approfondito e interdisciplinare perché sono così importanti per cambiare il mondo. Di seguito, ampi stralci del capitolo intitolato “Mētis, i contorni della conoscenza pratica

Foto di pochogh, tratta da pixabay.comy

di James C. Scott

Sulla scorta degli studi illuminanti di Marcel Detienne e Jean-Pierre Vernant, possiamo individuare nel concetto greco di mētis, un termine di confronto tra le forme di conoscenza radicate nell’esperienza locale e il sapere più generale e astratto impiegato dallo Stato e dai suoi apparati. Prima di approfondire il concetto e le sue accezioni, propongo un breve esempio per illustrare la natura vernacolare della conoscenza locale e porre le basi per la successiva analisi.

Per risolvere il problema di quando e come seminare le cultivar sconosciute del Nuovo Mondo, per esempio il mais, i primi coloni europei in Nord America si rivolsero ai loro vicini nativi che ben conoscevano il territorio locale. Secondo la leggenda, Squanto (o Massasoit, secondo un’altra leggenda) rispose che il mais andava seminato quando le foglie di quercia erano grandi come le orecchie di uno scoiattolo. Per quanto folkloristico possa suonare alle nostre orecchie moderne, il consiglio denota una conoscenza particolareggiata e accurata del New England e del susseguirsi degli eventi naturali durante la primavera. Per i nativi americani era questa sequenza ordinata – la comparsa del cavolo skunk [Symplocarpus foetidus], le prime gemme spuntate sui rami dei salici, il ritorno del merlo dalle ali rosse e delle libellule – a fornire un calendario immediatamente osservabile della nuova stagione. Ogni anno ciascuno di quegli eventi poteva verificarsi un po’ prima o un po’ dopo, e il ritmo del loro succedersi durare un po’ di più o un po’ di meno, ma la loro sequenza era quasi sempre identica. Come regola di massima, forniva una formula pressoché impeccabile per evitare di perdere il raccolto appena seminato a causa di una gelata tardiva. Quasi certamente, noi – e forse anche i coloni – distorciamo il consiglio di Squanto riducendolo a un’unica osservazione. Tutto ciò che sappiamo delle conoscenze tecniche indigene suggerisce che si fondino su un aggregato di molti indicatori diversi e in parte ridondanti. Se altri indizi non avessero confermato la formula della foglia di quercia, un coltivatore prudente avrebbe senz’altro rimandato la semina.

Ora confrontiamo questo consiglio con quello basato su unità di misura più universalistiche, prendendo da esempio una tipica edizione locale dell’Almanacco del contadino. L’almanacco potrebbe raccomandare di seminare il mais dopo la prima luna piena di maggio oppure dopo una data specifica, poniamo il 20 maggio. Data la configurazione geografica del New England, l’indicazione richiederebbe importanti rettifiche in funzione di latitudine e altitudine: una data utile per il Connecticut meridionale non sarebbe adatta al Vermont; la data giusta per le valli non andrebbe bene per le colline (soprattutto quelle rivolte a nord), e quella ideale per la costa sarebbe sbagliata per l’entroterra. Per giunta, la data fornita dall’almanacco eccederà di sicuro per prudenza, poiché la cosa peggiore che potrebbe succedere all’editore è il diffondersi della notizia che un consiglio pubblicato dal suo periodico ha provocato la perdita di un raccolto. A causa di questa cautela commerciale si rischia di sacrificare tempo prezioso di maturazione sull’altare della certezza.

L’approccio nativo è invece vernacolare e locale, legato alle caratteristiche di uno specifico ecosistema: parla di queste foglie di quercia, non delle foglie di quercia in generale. E tuttavia, a dispetto della sua specificità, è immediatamente esportabile. Lo si può applicare altrettanto bene in qualsiasi località della fascia temperata nord-americana, purché siano presenti querce e scoiattoli. E l’accuratezza fornita dalla sequenza osservata permetterà di guadagnare qualche giornata di maturazione senza aumentare in modo sensibile il rischio di seminare appena prima di una gelata. […]

Avrei preferito evitare di introdurre un altro termine inconsueto nella nostra indagine, ma mētis mi sembra quello più adatto a riassumere il tipo di competenze pratiche che ho in mente rispetto ad altre alternative possibili come «sapere tecnico indigeno», «saggezza popolare», «abilità pratiche», téchne e così via. Dobbiamo il concetto agli antichi Greci. Ulisse era spesso lodato perché possedeva mētis in abbondanza, un talento che impiegò per ingannare i nemici e ritrovare la via di casa. In traduzione il termine viene reso con «astuzia» o «ingegno». Per quanto non sbagliata, la traduzione non rende giustizia alla gamma di conoscenze e abilità comprese nell’accezione originale. Intesa in senso lato, la mētis indica le competenze pratiche e l’intelligenza acquisite dal confronto con un ambiente naturale e umano in costante mutamento. Ulisse dimostrò la propria non soltanto ingannando Circe, Polifemo o i ciclopi e facendosi legare all’albero di maestra per non cedere alla seduzione delle sirene, ma anche conservando la coesione dei suoi uomini, riparando la sua nave e improvvisando strategie per salvare i compagni da mille pericoli. L’accento è sia sulla sua capacità di adattarsi con successo a una varietà di situazioni diverse sia sul dono di anticipare le mosse degli avversari umani e divini, e dunque di batterli.

Tutte le attività umane comportano un certo grado di mētis, ma alcune più di altre. A cominciare da quelle che richiedono di adattarsi a un ambiente fisico aleatorio come veleggiare, far volare un aquilone, pescare, tosare le pecore, guidare un’auto o una bicicletta, tutte attività che si fondano sulla mētis. Ciascuna di queste abilità richiede una coordinazione occhio-mano che si acquisisce con la pratica e la capacità di «leggere» le onde, il vento o la strada e dunque di correggere il proprio comportamento in funzione del loro. Un chiaro segno che tutte queste competenze esigono mētis è l’estrema difficoltà di trasmetterle se non in forma pratica. Si possono anche scrivere istruzioni precise su come andare in bicicletta, ma è pressoché impossibile che a un neofita basti leggerle per imparare a pedalare al primo tentativo. La massima «val più la pratica della grammatica» riguarda appunto attività come questa: il modo migliore di padroneggiare le costanti e infinitesimali rettifiche necessarie ad andare in bicicletta è sperimentarle. Solo una volta acquistato un «sesto senso» per la combinazione millimetrica di movimento e stasi quelle calibrature diventeranno automatiche. Perciò gran parte delle arti e dei mestieri che richiedono un certo intuito o «tocco» per strumenti e materiali sono state tradizionalmente insegnate mediante l’apprendistato presso un mastro artigiano. […]

Anche gli specialisti chiamati in caso di emergenze o catastrofi sono esempi paradigmatici di mētis. I vigili del fuoco, la protezione civile, gli equipaggi delle ambulanze, le squadre di recupero in miniera, i medici di pronto soccorso, gli elettricisti che riparano i cavi caduti dai pali della luce, gli esperti di incendi nei campi petroliferi e, come vedremo, i contadini e i pastori che vivono in ambienti precari devono tutti reagire in modo tempestivo e deciso per limitare i danni e salvare vite. Sebbene esistano regole generali che è possibile insegnare (come di fatto avviene), ogni incendio o incidente è un caso unico, perciò è essenziale non soltanto sapere quando applicare quali regole, ma anche quando sbarazzarsi del manuale per affidarsi all’improvvisazione. […]

Gli esempi proposti finora hanno riguardato soprattutto il rapporto tra persone e ambiente fisico. Ma la mētis si applica anche ai rapporti umani. Pensate alle complesse attività fisiche necessarie per sintonizzarci con i movimenti, i valori, i desideri o i gesti degli altri. La boxe, il wrestling e la scherma impongono reazioni istantanee e semiautomatiche alle mosse dell’avversario, e l’unico modo di apprenderle è una lunga pratica della disciplina. Qui entra in gioco anche l’elemento dell’inganno. Per vincere, un pugile dovrà imparare a fingere una mossa per provocare una contromossa da sfruttare a proprio vantaggio. La stessa reattività acquisita con l’esperienza dello scontro fisico è essenziale anche nelle attività collaborative, per esempio il ballo, la musica o il sesso. Molti sport combinano gli aspetti sia collaborativi sia competitivi della mētis. Un calciatore deve imparare non soltanto le mosse dei compagni ma anche le strategie di squadra utili a ingannare gli avversari. Merita sottolineare che queste abilità sono al tempo stesso generali e specifiche; ogni giocatore sarà più o meno abile in un particolare aspetto del gioco, ma ogni squadra avrà una propria combinazione di competenze, una sua «alchimia», e ogni partita rappresenterà una sfida a suo modo unica.

Attività più vaste e con una più alta posta in gioco, come la diplomazia di guerra e la politica, richiedono una quantità di talenti riassumibili nella mētis. A ogni incontro, il politico o il diplomatico esperto cercherà di orientare in vista dei propri fini il comportamento di alleati e oppositori. Diversamente dal marinaio, che può sfruttare il vento e le onde ma non influenzarli, il generale e il politico si relazionano alle loro controparti secondo un’interazione costante e reciproca in cui ciascuno cerca di condizionare l’altro. La capacità di adattarsi in modo efficace e tempestivo agli imprevisti – sia naturali, come gli eventi meteorologici, sia umani, come la mossa di un avversario – e quella di fare buon uso di risorse limitate sono difficili da insegnare come discipline teoriche.

La natura necessariamente implicita ed esperienziale della mētis è di importanza cruciale. Un semplice esperimento di apprendimento implicito, condotto dal filosofo Charles Peirce, potrà aiutarci a cogliere parte del processo. Peirce chiese ai suoi soggetti di sollevare due pesi e di giudicare quale fosse il più pesante. Da principio le valutazioni erano molto approssimative. Ma dopo una lunga pratica i soggetti impararono a distinguere con grande precisione differenze anche minime di peso. Non erano in grado identificare con esattezza quale fosse la sensazione dirimente, ma la loro capacità di calibratura «pratica» si era accresciuta in modo esponenziale. Peirce interpretò quei risultati come dimostrazione di una sorta di comunicazione subliminale che si trasmette attraverso percezioni «fievoli». Ai nostri scopi, però, l’esperimento esemplifica un tipo di conoscenza rudimentale che si può acquisire con la pratica e che è quasi impossibile da trasmettere in altra forma – scritta o orale – se non con l’esperienza.

Ripensando alla serie di esempi accennati finora possiamo avanzare alcune generalizzazioni preliminari sull’essenza della mētis e sulle circostanze in cui torna utile. La mētis è soprattutto applicabile a situazioni simili in senso generale ma mai identiche nel dettaglio che richiedono al praticante reazioni rapide e abbastanza collaudate da essere diventate una seconda natura. Può comprendere regole di massima, che tuttavia a loro volta vengono in larga parte apprese con la pratica (spesso mediante un apprendistato formale), ma comporta un sesto senso o una predisposizione acquisita per la strategia. La mētis oppone resistenza alle semplificazioni che si traducono in principi deduttivi trasmissibili con l’apprendimento libresco, perché gli ambienti in cui viene esercitata sono talmente complessi e non replicabili che le procedure formali del processo decisionale risultano inapplicabili. In un certo senso, la mētis risiede nell’ampio spazio intermedio tra la genialità, che elude ogni formula, e la conoscenza codificata, che si può semplicemente imparare a memoria. […]

La pratica e l’esperienza riflesse nella mētis sono quasi sempre locali. Così è meglio affidarsi a una guida alpina di Zermatt se si vogliono scalare le cime locali, a un pilota di Boeing 747 se è quello il tipo di apparecchio su cui ha ricevuto il suo addestramento, a un chirurgo ortopedico specializzato negli interventi sul ginocchio se sono quelli che ha eseguito con maggiore frequenza. Non è infatti chiaro quanta parte della mētis di questi esperti sarebbe esportabile, poniamo, al Monte Bianco, ai dc3 e alle articolazioni della mano.

Ogni applicazione di una data competenza richiederà aggiustamenti specifici alle condizioni locali. Per un tessitore, ogni nuovo gomitolo di lana o filo impone una manipolazione diversa. Per un ceramista, una nuova fornitura di argilla «rende» in modo diverso. Serve una lunga esperienza con vari materiali affinché le calibrature necessarie diventino automatiche. La specificità della conoscenza è ancora più profonda, nel senso che ogni telaio o ruota di ceramista ha qualità proprie e distintive che l’artigiano impara a conoscere e a sfruttare al meglio (o ad aggirare). Perciò ogni conoscenza generale applicata nel concreto richiederà un certo grado di traduzione creativa. […]

A differenza della conoscenza generale, i saperi situati e locali sono partigiani, nel senso che tipicamente il loro detentore nutre un profondo interesse personale per il conseguimento di un certo risultato. L’assicuratore delle navi cargo di una compagnia marittima grande e ad alto tasso di capitalizzazione può permettersi di contare sul calcolo probabilistico nella distribuzione degli incidenti. Ma per un marinaio o un capitano che spera di arrivare in porto sano e salvo, ciò che conta è l’esito di un singolo evento, di un unico viaggio. La mētis corrisponde alla capacità e all’esperienza necessarie a influire sul risultato – a migliorare le proprie probabilità di successo – in una data circostanza specifica. […]

La mētis non discende dalle regole così come un linguaggio parlato non deriva dalla sua grammatica. Noi impariamo a parlare mediante imitazione, esercizio, prova ed errore. L’apprendimento della lingua madre è un processo stocastico, cioè basato su approssimazioni successive e auto-correttive. Nessuno impara a parlare cominciando dall’alfabeto, il vocabolario, l’analisi grammaticale e logica, per poi applicare tutte queste regole nella produzione di una frase corretta. Inoltre, come osservato da Oakeshott, la conoscenza delle regole del discorso è perfettamente compatibile con la totale incapacità di esprimersi in frasi intelligibili. Semmai sono le regole della grammatica a essere desunte dalla pratica concreta del parlare. L’insegnamento moderno delle lingue straniere si basa proprio su questo assunto, perciò si concentra sulla capacità di comunicare, cominciando dalla ripetizione di semplici frasette, per imprimerne l’uso e la pronuncia nella memoria, e lasciando implicite le regole grammaticali, oppure inserendole più avanti come ausilio formale e riassuntivo della padronanza pratica.

Al pari del linguaggio, la mētis – o conoscenza locale necessaria a praticare con successo, per esempio, l’agricoltura o la pastorizia – si apprende meglio con la pratica quotidiana e con l’esperienza. Come negli apprendistati artigianali, crescere in una famiglia di agricoltori o pastori è spesso il modo migliore per prepararsi al lavoro. Questo tipo di socializzazione a un mestiere potrà favorire la conservazione di competenze piuttosto che l’audacia innovativa, ma qualsiasi formula che lo escluda o che rimpiazzi l’esperienza, il sapere e l’adattabilità della mētis rischia l’incompatibilità con l’ambiente e pertanto il fallimento. Per imparare a parlare con coerenza non basta imparare le regole grammaticali.

Il rapporto con l’epistème e la téchne. Per i Greci, e in particolare per Platone, epistème e téchne rappresentavano una conoscenza di tutt’altro ordine rispetto alla mētis. La conoscenza tecnica, o téchne, si può esprimere in modo preciso ed esaustivo sotto forma di regole specifiche e stringenti (non spannometriche). Nella sua forma più rigorosa, la téchne si basa su deduzioni logiche derivanti da postulati o principi primi. In termini ideali, differisce in modo radicale dalla mētis per organizzazione, codifica e insegnamento, per il modo in cui viene modificata e per la precisione analitica che incarna.

Laddove la mētis è contestuale e particolare, la téchne è universale. Per la logica matematica, dieci moltiplicato per dieci darà cento ovunque; nella geometria euclidea, un angolo retto è sempre pari a novanta gradi di una circonferenza; secondo le convenzioni della fisica, il punto di congelamento dell’acqua è invariabilmente pari a zero gradi centigradi. La téchne è una conoscenza inconfutabile. […] L’universalità della téchne si basa sulla sua organizzazione analitica – la suddivisione in piccoli passi logici ed espliciti – e sul fatto che è sia scomponibile sia verificabile. Questa universalità significa che una téchne si può insegnare dalla a alla z come una disciplina formale. Le sue regole forniscono una conoscenza teoretica a prescindere dall’applicabilità concreta. Infine, la téchne è caratterizzata dalla precisione impersonale e spesso quantitativa e dalla preminenza attribuita alla spiegazione e alla verifica, mentre la mētis riguarda una competenza o «tocco» personale e punta ai risultati pratici. […]

La téchne è soprattutto tipica dei sistemi di ragionamento auto-sufficienti, i cui dati si possono logicamente desumere dai postulati di partenza. Quanto più una forma di conoscenza soddisfa questi criteri, tanto più risulta impersonale, universale e del tutto indifferente al contesto. Per contro, come sottolineato da Detienne e Vernant, l’ambito tipico della mētis rimanda alle «situazioni transitorie, mutevoli, sconcertanti e ambigue, situazioni che non si prestano a misurazioni precise, calcoli esatti o logica rigorosa». […]

Di conseguenza, le sfere dell’attività umana più indifferenti alla contingenza, all’approssimazione, al contesto, al desiderio e all’esperienza personale – e dunque alla mētis – furono percepite come il fine più elevato per un essere umano. Ed è questo il campo d’azione del filosofo. Il che spiega anche perché, in base a questi criteri, la geometria euclidea, la matematica, alcune forme apodittiche di filosofia analitica e forse la musica siano considerate le attività più elevate in assoluto. […]

Un tema ricorrente della filosofia e delle scienze occidentali, comprese quelle sociali, è il tentativo di riformulare i sistemi di conoscenza per mettere tra parentesi l’incertezza e dunque accedere al livello di rigore logico tipico della geometria euclidea. Nelle scienze naturali i risultati sono stati rivoluzionari, mentre in filosofia e nelle scienze umane, a fronte di tentativi ripetuti, i risultati sono stati molto più ambigui. Il celebre postulato epistemico di Cartesio, «Cogito ergo sum», imitava il primo passo di una dimostrazione matematica ed era «la risposta al disordine che minacciava di distruggere la società». L’obiettivo di Jeremy Bentham e degli utilitaristi era, attraverso un calcolo del piacere e del dolore (edonismo), ridurre lo studio dell’etica a una scienza naturale pura, un esame in cui «nulla viene lasciato al caso o al capriccio o alla discrezione, bensì ogni cosa viene esaminata e fissata secondo dimensione, numero, peso e misura».

Persino il caso (týchē), che la téchne aveva lo scopo di dominare, si sarebbe trasformato, grazie alla statistica e alla teoria della probabilità, in un semplice dato inseribile nelle formule della téchne. A condizione di assegnargli un valore probabilistico noto, il rischio diventava un fatto come qualsiasi altro, mentre l’incertezza (lo stato in cui le probabilità di base non sono note) continuava a restava fuori dalla portata della téchne. La «carriera» intellettuale di rischio e incertezza è esemplificativa dei molti campi di indagine il cui ambito di analisi è stato ridefinito e circoscritto per escludere gli elementi non quantificabili o misurabili sui quali era possibile soltanto esprimere un giudizio. Per meglio dire, si sono escogitate tecniche per isolare e addomesticare quegli aspetti delle variabili chiave che si potevano esprimere in cifre (la ricchezza di una nazione tramite il prodotto interno lordo, l’opinione pubblica tramite le percentuali dei sondaggi, i valori tramite i test psicologici). L’economia neoclassica, per esempio, ha subìto una trasformazione di questo tipo. […] La disciplina ha incorporato il rischio calcolabile e bandito gli argomenti in cui prevale un’autentica incertezza (per esempio i pericoli ambientali o i cambiamenti nel gusto). […] Ē

Conoscenza pratica versus spiegazione scientifica. Solo cogliendo il potenziale e la vastità della mētis è possibile comprendere di quante preziose conoscenze si privino i piani ultra-modernisti quando si limitano a imporre i propri schemi alla realtà. Un motivo fondamentale per cui la mētis viene denigrata, in particolare sotto il dominio egemonico della conoscenza scientifica, è che le sue «scoperte» sono circoscritte e contestuali invece che integrate nelle convenzioni generali del discorso scientifico. […]

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