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Mondiali femminili, Carolina Morace: «Porte e campi più piccoli per le donne? Una polemica pericolosa

Mondiali femminili, Carolina Morace: «Porte e campi più piccoli per le donne? Una polemica pericolosa

Senza dubbio, una delle più forti calciatrici di sempre, in Italia. Giocasse oggi, Carolina Morace sarebbe la nostra Ada Hegerberg: è stata la prima donna a segnare una tripletta in un mondiale, nella storia del calcio femminile (testimone recentemente raccolto da Cristiana Girelli), è stata UEFA Golden Player nel 1997, nonché la prima donna a essere inserita nella Hall of Fame italiana.

Fino a poche settimane era allenatrice del Milan femminile, oggi è voce e commento delle partite azzurre su Sky Sport Mondiali (oggi alle 18 si giocherà ItaliaCina, per i quarti di finale): a lei chiediamo di un dibattuto nato nel Regno Unito, nelle scorse settimane, quando dalle colonne del Times la dirigente del Chelsea femminile ha proposto di accorciare la dimensione delle porte e del campo per le donne, per aumentare gioco e spettacolarità. Morace è a dir poco indignata.

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«Sono affermazioni che può fare solo chi non conosce davvero il calcio femminile, perché nessuna abbia giocato o giochi a calcio chiederebbe qualcosa del genere. Sono affermazioni pericolose, perché rischiano di mandarci indietro di trent’anni e penalizzare il gioco femminile. Andate a vedere le partite delle americane o delle francesi, e poi venitemi a dire se pensate che il campo sia troppo grande, per loro!»

Tra poche ore, di sicuro, avremmo sotto gli occhi le nostre azzurre, che si scontreranno con la Cina. Cosa si aspetta, cosa vorrebbe vedere in campo?
«La risposta è semplice: vorrei vedere l’Italia vincere. Sento dire che giocare contro la Cina è facile. Niente di più falso: parlassimo della squadra maschile, sarebbe certamente facile. Ma la nazionale di calcio femminile cinese ha sempre partecipato al mondiale, nel 1991 era una delle più forti al mondo, insieme agli Stati Uniti. Ho visto la partita che hanno giocato contro la Spagna e, anche se hanno perso, hanno messo le spagnole in seria difficoltà, perché hanno avuto difficoltà a batterle: le cinesi fanno dell’intensità di gioco la loro arma vincente».

L’Italia ha quindi una doppia responsabilità, nel giocare contro una squadra del genere?
«La verità è che il calcio italiano è indietro di vent’anni sul resto del mondo, nel senso che oggi viviamo un boom e un’attenzione ad un movimento che è presente nel resto del mondo da due decadi, almeno. Ben venga questa attenzione, ma non carichiamo le nostre giocatrici di responsabilità che non hanno».

Per il movimento calcio femminile questo Mondiale è un inizio o un traguardo?
«Quella del calcio femminile un’evoluzione che è partita dalla Lega dilettanti, che ha sostenuto il movimento, poi c’è stato il progetto voluto da Michele Uva che ha coinvolto le squadre professionistiche, facendo sì che anche le televisioni si interessassero al fenomeno. Non dimentichiamoci che Sky, che ha trasmesso tutte le partire del campionato durante tutta la passata stagione, ha avuto uno share altissimo. Quello che mi aspetto è che dopo questo Mondiale entrino in campo gli investitori, così da far crescere ulteriormente il movimento. E le tesserate».

Nel suo libro “La prima punta” (edito da People) cita un’indagine Uefa secondo cui la distanza media che una bambina deve percorrere per allenarsi, è tra i venti e i quaranta chilometri.
«Io sono nata a Venezia, ho iniziato a giocare sul Lido, per la serie C mi sono dovuta spostare a Belluno. Questo mondiale farà avvicinare al gioco molte più bambine. I loro genitori le vorranno mandare a giocare nella Juventus, nella Fiorentina, nella Roma, nell’Inter, ovvero nelle loro squadre del cuore, come fanno con i bambini. Ci sarà un ulteriore allargamento del numero di bambine che giocheranno a pallone e la lega dilettanti dovrà dare una risposta a questo aumento di richieste che potranno esserci, creando dei settori femminili».

Quando commenta le nostre azzurre, in campo, le viene mai voglia di essere al loro posto?
«No, mai. Non mi è mai venuta l’idea di scendere in campo, oggi ho un altro ruolo. Ma sono contenta del fatto che la mia generazione sia stata ricca di talenti che abbiano fatto loro da apripista, anche se non abbiamo avuto la stessa considerazione. Sono state due volte vicempionessa d’Europa e al nostro seguito c’erano giornalisti di ogni nazionalità, ma nessun italiano. Quel che mi spiace è il pubblico non abbia potuto vedere delle brave giocatrici. Ma sono molto felice per quanto stanno facendo le azzurre».

Il suo augurio a Milena Bertolini e alla nazionale?
«In bocca al lupo, ovviamente! Glielo faccio dall’inizio del mondiale e visto che porta bene, continuiamo così».

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