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Pesci torturati e seviziati: il lato oscuro dell'itticoltura

Pesci torturati e seviziati: il lato oscuro dell’itticoltura

Itticoltura, una pratica da cui proviene la maggior parte del pesce consumato dagli italiani. Una pratica non sempre cristallina. Tra il 2017 e il 2018 Essere Animali, organizzazione bolognese per la protezione degli animali e che in passato già si era occupata di macelli e allevamenti intensivi, ha condotto con telecamere nascoste un’inchiesta su alcuni allevamenti di orate, branzini e trote del Centro e Nord Italia, scoprendo vasche sovraffollate e piene di alghe e, pertanto, carenti di ossigeno; pesci issati con reti con schiacciamento e ferimento di quelli sul fondo; pesci lanciati come oggetti; pesci “vivi e boccheggianti” anche diecine di minuti dopo averli tirati fuori dall’acqua; pesci lasciati morire per asfissia e fuori dall’acqua; contenitori d’acqua pieni di sangue, segno che i pesci, lasciativi morire, avevano ferite da schiacciamento; quindi, pesci ancora vivi e non storditi legati con lo spago o sottoposti ad altre “pratiche dolorose”; pesci caricati su camion, lanciativi con “un passaggio fuori dall’acqua” a “grande velocità”.

Dell’inchiesta esiste un video e con il video un report, mentre il 21 ottobre scorso Essere Animali ha organizzato a Bologna una manifestazione per sensibilizzare l’opinione pubblica sul lato oscuro dell’itticoltura. Accompagna da tempo la campagna una petizione, destinataria la grande distribuzione, cui si chiede d’intervenire sul problema “vincolando” gli allevamenti fornitori all’adozione di una policy pensata per porre “fine all’agonia dei pesci”.

Anche i pesci provano dolore

Il report ricorda, infatti, che i pesci provano dolore, che sono intelligenti, che provano emozioni e che hanno un’ottima memoria: “I pesci hanno l’anatomia necessaria per provare dolore, sono consci delle risposte dolorose agli stimoli e capaci di provare prolungata sofferenza in seguito. Sono in grado di utilizzare strumenti, cooperare socialmente e hanno coscienza di sé, prerogativa finora attribuita a pochissime specie più evolute. È stato documentato che i pesci provano sia emozioni positive che negative, soffrono lo stress, si aiutano nelle difficoltà e provano persino piacere nel gioco. Sono capaci di ricordarsi luoghi, labirinti e percorsi complessi anche a distanza di lungo tempo, meglio di molti altri animali”.

Impoverimento degli stock ittici

Riflettere oggi sull’itticoltura è importante: si stima, infatti, che nel 2030, con l’acuirsi dell’impoverimento degli stock ittici, l’itticoltura soddisferà per il 60% il fabbisogno di pesce. Il settore ittico, come documentato dal report, si sta, infatti, via via spostando dalla pesca agli allevamenti. Considerato che l’Italia è il sesto paese europeo per consumo di pesce – dai 9,9 kg pro capite all’anno del 1960 ai 25 kg del 2018 passando per i 19 kg del 2010 – il problema la riguarda da vicino.

In Italia, secondo un rapporto comunitario del 2016 citato dal report, le specie interessate dall’itticoltura sono l’orata (26%), la trota (20%), la vongola (16%), la cozza (10%), quindi altre specie (28%). Un trend in crescita, da sorvegliare: “Ci sembra giunto finalmente il momento di includere nella discussione e nelle policy aziendali anche i pesci” così, Essere Animali, che ricorda come le “immagini esclusive” dell’inchiesta comprovino le “preoccupazioni per il benessere degli animali espresse anche da Efsa, Oie e Unione Europea”.

Uova spremute a mano 

L’inchiesta ha svelato il lato oscuro dell’itticoltura, partendo dall’incubatoio, con l’estrazione delle uova delle specie riproduttrici e da dove le uova, con i pesci fuori dall’acqua, vengono spinte fuori con “un movimento delle mani sul corpo” mentre nel caso dello storione si procede chirurgicamente. In questa fase le specie pescate per diventare riproduttrici “subiscono un forte stress” e servono fino a sei mesi affinché possano adattarsi all’ambiente. Perché ciò avvenga negli allevamenti, spiega il report, viene utilizzata “una luce artificiale con modifica del normale ciclo giorno-notte per incoraggiare una maggiore riproduzione, tanto quanto viene fatto negli allevamenti di galline ovaiole per stimolare la deposizione di uova”.

Pesci all’ingrasso 

Dopo la nascita i pesci vengono sottoposti all’allevamento da ingrasso. Possono essere allevati nei laghetti, un metodo ormai obsoleto ma che continua a essere utilizzato per le carpe; quindi, in vasche di cemento costruite sulla terraferma e in gabbie marine, dove vengono allevate, ad esempio, spigole, orate e salmoni, profonde dai 5 ai 50 metri e dove “l’elevato affollamento”, ricorda il report, rende necessario l’uso di prodotti chimichi antivegetativi per il trattamento delle acque.

In questa fase i pesci subiscono diversi danni: “La densità nelle vasche di ingrasso dei pesci può essere estremamente alta” spiega il report. “Questo porta non solo ad acque più sporche e alla diffusione più rapida di malattie (nell’allevamento ma anche nelle aree circostanti), ma a uno stress che riduce il sistema immunitario e rende quindi i pesci più suscettibili a queste ultime. Inoltre il sovraffollamento provoca aggressioni tra i pesci e ferite. Malattie e parassiti sono diffusi più la densità aumenta. E anche i trattamenti preventivi o curativi, spesso di tipo chimico, possono avere un impatto sulla salute e il benessere dei pesci. Alcuni parassiti come i pidocchi di mare, particolarmente diffusi negli allevamenti di salmone, possono rapidamente contagiare anche le popolazioni selvatiche. Anche in questa fase di allevamento i pesci vengono manipolati per essere pesati e vaccinati, con conseguente stress”.

Stress da trasporto

Il report passa, quindi, ad illustrare le modalità di trasporto. Il trasporto riguarda quello dei piccoli pesci negli allevamenti da ingrasso e quello degli adulti negli stabilimenti di uccisione e lavorazione. Il trasporto, a sua volta, avviene via terra o via mare. Via terra, secondo un sistema chiuso, in cassoni di fibra di vetro montati su camion e dove sensori misurano temperatura dell’acqua e livello di ossigeno, quindi via mare su traghetti che possono trasportare i pesci in sistemi chiusi, come quelli utilizzati sui camion, o in sistemi aperti, collegati per il ricambio dell’acqua con l’ambiente esterno.

Il trasporto costituisce un’ulteriore fonte di stress: “Prima di tutto” spiega il report “cambia la densità di animali nell’acqua e come abbiamo già visto questa può essere causa di aggressività e ferite. Uno dei fattori cruciali per il trasporto è però il mantenimento della qualità dell’acqua per la durata del viaggio. Ovviamente i fattori di necessità per ph, ossigenazione, temperatura e salinità sono specie-specifici, ma è indubbio che nei trasporti il biossido di carbonio e l’ammoniaca vadano ad aumentare considerevolmente”.

Un altro problema è, invece, rappresentato dal passaggio dall’ambiente in cui vivono i pesci al mezzo di trasporto: “Spesso questo avviene attraverso pompe che aspirano i pesci dalla vasca e li portano nei container. Queste pompe fanno viaggiare gli animali ad alte velocità e in molti casi vengono lanciati da distanza, con un passaggio fuori dall’acqua. Questo tipo di spostamento può provocare ferite e dolore nei pesci. In alcuni casi i pesci vengono prelevati con le reti per il passaggio da un ambiente all’altro. In questo caso oltre allo stress di un passaggio in asfissia fuori dall’acqua c’è un altro problema grave: quelli che si trovano nella parte bassa della rete rischiano di rimanere schiacciati e feriti dalla massa di animali sopra di loro”.

Uccisione

L’uccisione di pesci può avvenire senza stordimento o con stordimento. Della prima modalità fanno parte l’asfissia, il congelamento con CO2, quindi la decapitazione. “Per orate e spigole” spiega il report “il metodo di uccisione più diffuso è l’asfissia nel ghiaccio. È opinione comune che il ghiaccio provochi uno stordimento, ma gli animali rimangono coscienti e muoiono dopo una lunga agonia. Per le trote il metodo più comune è l’asfissia senza ghiaccio. Gli animali vengono semplicemente prelevati dall’acqua e lasciati morire. Da uno studio olandese che ha coinvolto diverse specie di pesci il tempo necessario alla morte per asfissia varia tra i 55 e i 250 minuti”.

L’utilizzo della CO2, un metodo recente usato per uccidere i salmoni, prevede, invece, la saturazione di acqua ghiacciata con biossido di carbonio: “Non garantisce nessuno stordimento degli animali” commenta il report “e sono state evidenziate attività di agitazione e stress da parte degli animali”.

A subire la decapitazione sono, in particolare, le carpe, un metodo, denuncia il report, che “provoca dolore” e che, al tempo stesso, ignora le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità Animale.

L’uccisione con stordimento prevede la percussione e lo stordimento elettrico. Nel primo caso alle specie viene assestato un colpo in testa per stordirle: “Questo metodo” denuncia il report “può essere impreciso e ha una problematica grave: gli animali passano periodi lunghi, anche decine di minuti, in asfissia fuori dall’acqua prima di essere storditi”.

Con lo stordimento elettrico le specie vengono, invece, fatte passare in zone di un certo voltaggio. Storditori elettrici, ricorda, infine, il report, oltre che sulle gabbie per l’allevamento, vengono installati per il pescato sulle barche.

Pratiche su cui riflettere.

 

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