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Stress e ansia da prestazione: 7 consigli per superarli

Stress e ansia da prestazione: 7 consigli per superarli

“Prendetevi cura del bambino che è in voi”. Quante volte abbiamo sentito questo consiglio e ci siamo ripromessi di portare un po’ più di gentilezza e un po’ meno di giudizio nella nostra vita?  Prendersi cura significa anche riconoscere le ferite dell’essere stati trascurati, incompresi, non amati, non ascoltati. Sono le esperienze che ci hanno fatto sentire in qualche modo inadeguati e che ancora ci spingono sempre un passo più in là, fino al limite e a volta oltre, per dimostrare che non è così, che anche noi possiamo farcela, che anche noi valiamo anche se tante volte siamo stati ignorati o lasciati indietro. Così diventiamo competitivi, ansiosi, spaventati e sviluppiamo un’insoddisfazione di fondo che ci fa vedere gli altri come nemici. La vita diventa una gara.

Per giungere dove non si sa, ma di certo per vincere il premio della sofferenza e della solitudine. E per non vedere che chi ci ha ferito, spesso è una persona ferita a sua volta che non conosce altro linguaggio che quello dell’astio, della sfiducia, dell’egoismo. Ma c’è un’altra strada e passa per la cura, la gentilezza e l’ascolto. Iniziamo col regalarci il tempo per non essere sempre trascinati dall’istinto a reagire di fronte alle situazioni.

Diamoci l’opportunità di rispondere, con un po’ più di consapevolezza a ciò che accade da una prospettiva che include anche punti di vista e esperienze che non sono solo i nostri. Purtroppo, nonostante la buona volontà, la nostra è una società che ci impone ritmi davvero difficili da fronteggiare e ruoli che dobbiamo interpretare. Dobbiamo essere al top, efficienti, all’altezza di modelli che seguiamo per non sentirci diversi, esclusi. Inseriamo il pilota automatico perché la paura della solitudine, del giudizio e dell’affrontare le proprie fragilità è più forte del bisogno di ascoltarci davvero. Perché il lavoro ce lo chiede, la famiglia ce lo impone, perché dobbiamo essere genitori responsabili, figli impeccabili, mariti, mogli, colleghi affidabili e disponibili. In breve cerchiamo di essere sempre prestazionali, entriamo nel ruolo e recitiamo la nostra parte.

Fino a quando? Fino a che punto dobbiamo accettare ciò che non desideriamo? Qual è il confine tra la pazienza e lo sforzo? Poi, quando dobbiamo metterci da parte perché il bene degli altri lo richiede? Un grande maestro buddhista diceva sempre “giusto ma non vero, vero ma non giusto” per aiutarci a spezzare la catena dei pensieri giusto/sbagliato – vero/falso – io/mio – noi/gli altri, che tiene agganciati alla personalità e frena la libertà di sperimentare, di essere aperti, di godere del tempo che abbiamo e di tutte le esperienze, comprese quelle negative. Eppure, più ci sentiamo feriti e più ci irrigidiamo, convinti, senza appello, di possedere la pura verità. Pensiamo: “non è giusto”, “non me lo merito, io che sono una persona così gentile”:  la catena dei giudizi perpetua la sofferenza e ci infligge ferite in un circolo vizioso interminabile. Ma per quanto potenti questi condizionamenti possano sembrare siamo noi che conferiamo loro questo potere e possiamo smettere di crederci. Piano piano, impariamo a fermarci, a fidarci del respiro, che rappresenta l’energia vitale che scorre, al di là di ciò che accade nella nostra testa. In quei precisi momenti si dischiudono nuove possibilità, attimi di libertà dai condizionamenti. I pensieri che ci hanno condotto in una strada senza uscita non sono i nostri nemici ma semplici segnali che abbiamo un po’ smarrito la strada. Così, con gentilezza torniamo a noi stessi. Perché siamo semplicemente umani.

 

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