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Designers’ Nest Award: il graduate show della Copenhagen Fashion Week.

Designers’ Nest Award: il graduate show della Copenhagen Fashion Week.

Come ci si veste per affrontare un futuro incerto come il nostro? Un futuro tormentato dai cambiamenti climatici, e dalla prospettiva terrificante delle “water wars”, le guerre per l’acqua? Spaccato in due dal populismo e dalle oscillazioni verso destra della politica, e messo a dura prova dalla robot economy… Per non parlare delle risorse del pianeta, in diminuzione. Come vestirsi per far fronte a tutto questo? Con un’armatura, ovvio! Preferibilmente un’armatura “upcycled”.

E proprio l’armatura urbana è stato uno dei temi chiave delle collezioni che dieci studenti di sei scuole di moda del Nord Europa hanno presentato alla Designers’ Nest nell’ambito della Copenhagen Fashion Week. Molti dei designer hanno scelto di dare nuova vita a tessuti di seconda mano per creazioni dai volumi esagerati. Abiti con cui andare in guerra, che tengono chi li indossa al sicuro, e ben isolato. Ma anche abiti con cui formare nuove alleanze, con cui combattere divergenze e disaccordi.

Come ha sottolineato nelle sue considerazioni conclusive la curatrice danese AneLynge-Jorle, sostenitrice del giovani talenti nella moda, questi designer emergenti condividono la stessa vision, che “celebra la sostenibilità, le peculiarità sociali, la diversità, costruisce ponti di cultura”.

Ali Akbari, una laurea in Womenswear alla Oslo National Academy, è stato elogiato dai membri della giuria per la sua collezione che si ispira alla cultura afgana e a un’usanza particolare per cui alle ragazze, prima che raggiungano l’età da marito, viene concessa una finestra di tempo in cui possono vestirsi e comportarsi come maschi. E quest’idea è stata tradotta in capi sartoriali ibridi fra maschile e femminile, inserendo nei tailleur pannelli di satin ricamato con perline “per proporre un mix coraggioso che dimostra in modo chiaro che un abito può essere un veicolo di libertà”, hanno affermato i giurati. Il designer ha ottenuto il terzo posto.

Ali Akbari

Ali Akbari

Henna Lampinen dalla Aalto University in Finlandia ha vinto invece il Designers’ Nest 2019 Award. La stilista ha aperto la sfilata con una rilettura molto raffinata dell’upcycling. I suoi bustier sovrapposti, i cappotti a uovo e le gonne ampie palpitavano di un glamour molto particolare, anche se ispirato alle operaie ai tempi della Seconda Guerra Mondiale e alla propaganda politica degli anni 50. Lampinen ha utilizzato materiali di scarto– vecchi blazer, calzettoni – e con essi ha creato dei patchwork utilizzando cuciture molto evidenti dal mood un po’ naïf. Lynge-Jorlen ha descritto il look così: “La sposa di Frankenstein alla ricerca dell’ empowerment femminile”.

Henna Lampinen

Henna Lampinen

Amanda Borgfors Mészáros ha colpito invece per i suoi elaborati bustier in pelle (tinta con colori vegetali, ovviamente) modellati a mano e abbinati a tessuti che ha creato lei stessa, cucendo insieme pezzi di passamaneria di abiti folk e vecchie tovaglie. “Il mio lavoro è una ricerca interiore ed esteriore delle mie origini, con l’idea di sviluppare abiti che riflettano la mia identità personale,” spiega.“Il mio progetto più recente è iniziato con un test del DNA che ha poi stimolato un dibattito su abbigliamento, identità e sostenibilità culturale. Ho studiato la mia identità, sono di origine ungherese e svedese, in rapporto all’origine degli abiti tradizionali e il loro significato come forma di comunicazione. Celebro le nostre diversità.” I suoi capi sembravano disegnati per una regina guerriera.

Amanda Borgfors Mészáros

Juha Vehmaanperä si è laureato in Menswear, sempre alla Aalto, e ha avvolto i suoi modelli in meravigliosi e coloratissimi capi crochet, ricamati e arricciati, portando il ‘fatto a mano’ a un livello più alto. Per realizzare un completo pantalone viola ricoperto da cristalli, ad esempio, ha impiegato settimane. L’effetto finale era un po’ infantile, ma al contempo glamorous e vagamente “minaccioso”: un’armatura efficace da indossare sul campo di battaglia urbano.

Juha Vehmaanperä

Come Henna Lampinen, anche Matilda Envall ha scelto un elemento semplice – in questo caso un abito vintage comprato in un mercatino delle pulci vicino casa – come punto di partenza per realizzare qualcosa di più grande. “Ho esaminato il vestito,” mi ha spiegato, “per individuare nuovi modi in cui cercare ispirazione in un abito già esistente.” Fra questi modi, anche il trompe l’oeil e il surrealismo. Un look era dipinto su un cartello da uomo sandwich in tela bianca. Un altro era invece una struttura in gommapiuma ricoperta di velluto nero: l’abito al contrario. Un po’ alla ViktorRolf? Forse. Ma ogni cosa è “un po’” qualcos’altro: il trucco è portare avanti un’idea e farne qualcosa di nuovo. Envall ci è riuscita, sposando l’eccentricità con un notevole senso dell’umorismo visual.

Matilda Envall

Matilda Envall

Anche Linda Aasaru ha usato il trompe l’oeil, ispirandosi, ovviamente, a Margiela, ma è riuscita a infondere in questi capi incredibili la sua personalità. Gli abiti portavano con sé l’ affascinante eco di altri capi – pantaloni in tela su cui era stampata l’ombreggiatura di un paio di jeans; chiffon tagliato in sbieco abbinato a una parte di un giubbotto jeans.

Linda Aasaru

La designer finlandese Tuuli-Tytti Kiovula, una laurea magistrale in Womenswear sempre alla Aalto University, si è ispirata alla cucina anni 60 della nonna, che a quanto pare è ancora perfettamente conservata e riprodotta in tutto il suo splendore plasticoso a tinte pastello. Ma quando si osserva più da vicino, si scopre che le “nonnine inquietanti” di Kiovula non sono poi così carine. Le fragole che decorano il cappotto in plastica color pesca? Sono munite di filo spinato, e pericolose. Ci sono outfit peggiori con cui affrontare l’apocalisse.

Tuuli-Tytti Kiovula

Tuuli-Tytti Kiovula

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