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Finalmente un film italiano in cui il passato fa schifo

Finalmente un film italiano in cui il passato fa schifo

L’ultima volta che in un film italiano si era “viaggiato nel tempo” (virgolette d’obbligo) era stato in Torno indietro e cambio vita dei fratelli Vanzina, pura nostalgia del 1990 senza eccessiva cura (di certo non quella che i due avevano messo nel viaggio indietro agli anni ‘60 di Il cielo in una stanza). Era il 2015 ma in questi tre anni molto è cambiato nel cinema italiano che sembra aver riscoperto il film di genere e ora lo insegue come una chimera, spesso in modo goffo e inadeguato.

Così adesso Non ci resta che il crimine, il nuovo film italiano con viaggi nel tempo sempre diretti verso l’anno di un mondiale (sia mai che ci possano essere altre date rilevanti), cioè il 1982, cerca di essere anch’esso molto avventuroso ma somiglia più ad un anziano che usa parole alla moda sentite dai nipoti che altro.

Tuttavia su un versante è davvero rivoluzionario e sembra promettere un domani (cinematografico) migliore.

Non ci resta che il crimine finge di fare nostalgia quando in realtà si mette di traverso ad una delle tendenze italiane più smaccate dell’ultimo decennio film: la venerazione del passato.

Ispirato tanto a Ritorno al futuro quanto a Non ci resta che piangere, il film di Massimiliano Bruno (scritto da Guaglianone, Menotti, Andrea Bassi e lo stesso Bruno) racconta di tre amici che tornano indietro di 35 anni per via di un pigro trucco di sceneggiatura (si entra in una luce, parte la musichetta e ci si ritrova nel 1982).

Sono già vestiti in modo appropriato perché fanno le guide turistiche nei luoghi della Roma della banda della Magliana e proprio con quelli della banda avranno a che fare loro malgrado. L’Italia del 1982 non è però un paradiso, non è il luogo dell’amore, della lentezza, del pane fresco, delle signore felici con il sinale a quadrucci, dei bottegai che salutano i passanti e della realizzazione personale ma un inferno da cui fuggire in cui nulla va per il verso giusto, e i tre adulti si trovano molto peggio che nel presente (da che uno di loro sembrava davvero desiderare di vivere in quegli anni).

Sembra poco e ordinario ma in realtà è una conquista incredibile per il cinema italiano, perché se la nostalgia del passato è una tendenza che coinvolge tutto il mondo occidentale, noi facciamo molto di più. In Italia infatti dietro questa patina si nasconde l’inconfessabile venerazione di un ritorno al passato e tutto il nostro profondo, radicato e atavico disprezzo per la novità e il cambiamento.

La nostalgia è tutta una questione di feticci e di simboli, di brand, jingle, canzoni, abiti, locandine ed oggetti dal design meravigliosamente superato. L’ossessione italiana per il passato invece è qualcosa di più profondo che svicola questi simboli per affondare le mani nel passato come bambagia, luogo in cui tutto è migliore perché semplice e autentico.

La nostalgia è la rievocazione dei ricordi o di un passato mai vissuto come forma di rassicurazione. La nostra ossessione del passato invece è un’autentica (e utopica) speranza che il presente somigli sempre di più a ieri e non al domani, che le novità non esistano più e siano sostituite dalla restaurazione di usi, costumi e tempi antichi.

L’illusione che la nostra realizzazione, come individui, come gruppi e come paese stia solo nell’opposto della modernità, e che la modernità racchiuda il segreto della nostra decadenza umana e nazionale.

Il cinema italiano non fa che riflettere questo sogno diffuso, rappresentandolo di continuo e dileggiando modernità e tecnologia non appena può in tutti i film mainstream o che ambiscono ad essere tali, un eterno viaggiare indietro nel tempo anche quando non si cambia epoca (basta andare al sud o in provincia e diventa credibile che si viva come nel 1953).

Per questo Non ci resta che il crimine è a suo modo rivoluzionario e lontanissimo dal sentire comune, perché massacra questo sogno a colpi di delusioni e con atteggiamento più anglosassone che italiano mostra che il passato è come il presente, identico, solo senza cellulari e con capigliature più ridicole. Non c’è nessuna patina di fascino nella ricostruzione anni ‘80 del film, non c’è nessuna vera realizzazione positiva nella permanenza dei protagonisti in quell’epoca, là dove quando i protagonisti delle commedie italiane vanno in provincia o al sud ritrovano se stessi in un mondo finalmente buono.

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Nonostante il film abbia moltissimi problemi e una decisa schizofrenia che gli impedisce di essere quel che vorrebbe (un’avventura comica), costringendolo invece a rimanere quel che tutti gli altri film già sono (una commedia come le altre che usa i viaggi nel tempo per parodiarli), è la prima volta che una produzione mainstream italiana guarda al passato senza rimpiangerlo.

La prima volta che nel passato trova i medesimi mali del presente, nessuna soddisfazione, nessun sole sui tetti e anzi un costume peggiore di quello attuale.
Certo Alessandro Gassman, Marco Giallini e Gianmarco Tognazzi non sono propriamente eroi ottimali per un film tutto corse e avventure, semmai incarnano tutta la (letterale) staticità del cinema italiano, che si recita da in piedi, e faticano come tutta la troupe quando si tratta di sgranchirsi un po’ le gambe o mettere un po’ di tensione, ma è anche vero che in qualunque altro film sul tema avrebbero sguazzato nei piaceri di una volta, come loro inizialmente si beano del ghiacciolo arcobaleno fuori produzione.

Invece Non ci resta che il crimine è dotato di un coraggio che può essere definito tale solo da noi, il coraggio di posizionare la morte, l’ingiustizia, la sopraffazione e l’infamia tutte nel passato, rilanciando invece ad un sequel (difficile) ambientato nel presente la ricchezza, il benessere, la soddisfazione e magari anche una goccia di sentimento. Addirittura in un momento di pura follia scientifica i personaggi si parleranno usando due cellulari che hanno portato con sé (in un’epoca in cui non esisteva rete telefonica mobile!), e proprio l’anacronismo getterà le basi di una futura vittoria, ovvero la tecnologia come opportunità e non come strumento di ridicolo o oggetto da gettare in mare in un moto liberatorio.

Un piccolo passo per la sceneggiatura, un passo da gigante per la mentalità del paese.

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