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“I libri sono sempre atti politici”: Michela Murgia racconta “Noi siamo tempesta”

“I libri sono sempre atti politici”: Michela Murgia racconta “Noi siamo tempesta”

È una vita che ci raccontano sempre la stessa storia: quella di grandi eroi destinati a salvare se stessi e il mondo grazie alle loro straordinarie capacità.

Un vero e proprio archetipo, quello dell’eroe, teorizzato nel libro L’eroe dai mille volti di Joseph Campbell e poi, grazie a Christopher Vogler, diventato lo schema di riferimento delle narrazioni classiche.

Cos’hanno in comune Ulisse, Frodo Baggins, Harry Potter e Luke Skywalker? Sono tutti personaggi unici, che affrontano prove che nessuno, eccetto loro, sarebbe stato in grado di sostenere. E infatti la verità è che gli eroi sono l’eccezione, non certo la regola. La loro vita sarà anche scintillante e ricca di avventure, ma è impossibile da imitare. Quello che accade nella realtà è un po’ diverso. È più facile che le persone abbiano successo collaborando e facendo squadra, piuttosto che restando da sole. Essere speciali è possibile, ma bisogna rimanere uniti. Dopotutto è così che gli spartani hanno potuto affrontare la battaglia delle Termopili, ed è proprio da un’idea collettiva che è nata Wikipedia. 

Partendo da questa intuizione, Michela Murgia (nella foto di Alessandro Cani, ndr) ha costruito il suo libro per ragazzi Noi siamo tempesta (Salani), una raccolta di storie che raccontano meravigliose imprese (vere e inventate allo stesso tempo) in cui protagonista è la comunità, e non il singolo.

Per parlare più approfonditamente dei temi e della struttura del libro, ilLibraio.it ha intervistato l’autrice sarda, che ha esordito nel 2006 con il romanzo Il mondo deve sapere (pubblicato da Isbn edizioni, da cui Virzì ha tratto il film Tutta la vita davanti), a cui sono seguiti molti altri libri, tra cui Accabadora, con il quale ha vinto il Premio Campiello, Ave Mary, L’incontro e Chirù (tutti pubblicati da Einaudi).

Noi siamo tempesta

M. Murgia

È la prima volta che lavora a un testo per ragazzi?
“Questa è una domanda un po’ strana, perché nella mia testa non ho mai fatto una grande distinzione tra libri per ragazzi e per adulti, nemmeno quando devo scegliere quelli da leggere. Se un libro è bello, è bello, a prescindere dalle distinzioni anagrafiche. E infatti quando ho iniziato a lavorare a questo progetto il mio unico desiderio era creare la cosa più bella possibile, in modo che chiunque lo prendesse in mano si dimenticasse che era stato fatto per un’età precisa”.

Com’è nata l’idea del libro?
“Il libro è nato durante una conversazione con l’editor, una cara amica, Francesca Manzoni, che ha due bambini piccoli. In realtà stavamo parlando di questioni politiche e di quanto fosse diffusa la fascinazione per l’uomo forte. Da quando siamo piccole non facciamo altro che raccontarci storie dell’eroe: cavalieri solitari, supereroi, creature con poteri speciali e x factor che hanno la capacità di salvare il mondo. Se per tutta la vita ti abitui a pensare che le uniche storie possibili sono quelle degli eroi, devi rassegnarti: o sei un eroe, oppure ne cerchi uno. Così Francesca ha avuto l’illuminazione. Perché non scrivi storie senza eroe e dimostri che i grandi cambiamenti dell’umanità li hanno portati avanti le persone collaborando, e non affidandosi ciecamente a un singolo che vedeva la strada meglio?”.

Per quanto riguarda la fase della scrittura, cosa è cambiato rispetto alla stesura dei suoi altri libri?
“Questo libro è stato pensato fin dall’inizio come un contenitore di una molteplicità di linguaggi. Ci sono alcune storie che sono state scritte proprio per catturare l’interesse dei ragazzi, per esempio quelle in forma di dialogo, che è una forma più semplice e coinvolgente rispetto alla narrativa, o ancora quelle che hanno la veste del fumetto, come quella illustrata da Paolo Bacilieri. In generale, però, credo che non ci siano grandi differenze di comprensione. Sono tante storie, scritte con tante voci differenti, che possono arrivare a tutti”.

Noi siamo tempesta ha una struttura particolare, come lo definirebbe?
“Potrei definirla semplicemente una raccolta di storie, ma non è tutto qui. È interessante il modo in cui il libro è stato creato, perché prima ancora di iniziare a scriverlo ho incontrato i grafici e gli illustratori che lo hanno curato. Sono stati proprio loro a farmi capire che questo libro avrebbe potuto avere diverse forme all’interno di un unico formato, che ogni storia avrebbe potuto avere una sua struttura e un suo schema. Ogni racconto inizia con un manifesto, che è stato appunto realizzato da The World of Dot, ma poi ogni pagina è una sorpresa, le illustrazioni hanno tutte uno stile e delle costruzioni diverse”. 

E se dovesse descriverlo proprio con un’immagine, quale sceglierebbe?
“Non mi viene in mente una metafora sufficientemente forte, ma penso all’immagine di un campo pieno di fiori: a prima vista potrebbero sembrare tutti uguali, ma se li vedi da vicino ti accorgi che sono tutti diversi. Nonostante siano raccolte in un unico libro e abbiano un tema comune, ogni storia di Noi siamo tempesta ha una sua identità e per questo può essere letta anche svincolata dalle altre”.

Nel suo libro cerca di scardinare i valori dell’individualismo e della forza, allontanandosi dalla figura tradizionale di eroe. Che caratteri presentano i personaggi che descrive in questi racconti?
“Non hanno dei caratteri precisi, possono essere donne, uomini, bambini… l’intenzione principale era proprio quella di degenderizzare il libro e di raccontare storie di gruppo che potessero essere lette da tutti, maschi e femmine. I personaggi che ho scritto non sono eroi, ma persone assolutamente comuni che da sole non combinerebbero niente e che invece insieme possono risolvere qualsiasi problema e difficoltà”. 

Ma secondo lei è possibile cambiare una cultura che ancora oggi sembra premiare chi va avanti da solo?
“Sicuramente non credo che sia possibile cambiare il mondo con un libro, ma non è una buona ragione per non provarci. Ciascuno, con il suo linguaggio, cerca di contribuire al cambiamento come può. E poi per me i libri sono sempre atti politici”.

E nei confronti di tutte quelle opere, anche grandi classici della letteratura, che invece veicolano una vecchia immagine di eroe, come ci si dovrebbe porre?
“Quella è un’immagine che deve comunque permanere. Indubbiamente ci sono state e ci sono persone eccezionali che hanno segnato la storia, e questo libro non intende certo seppellirle. Il problema è quando quella storia è l’unica disponibile. Diciamo che questo è un tentativo per fare bibliodiversità, per dire che esistono tante storie: non solo storie di eroi o di eroine, ma anche storie di chi non lo è…”

Negli ultimi mesi lei ha pubblicato Istruzioni per diventare fascisti (Einaudi) di cui si è molto parlato, e un libro ispirato a Le nebbie di Avalon, L’inferno ha una buona memoria (Marsilio). Non solo, ha anche recitato a teatro in Quasi Grazia (dedicato a Grazia Deledda) e in precedenza ha lavorato in tv. È un periodo di grande fermento, quindi. Quali direzioni prenderà il suo lavoro? Sta già pensando a nuovi progetti?
“Lei dice che è stato un periodo di grande fermento, io lo definirei un anno ‘infernale’, in senso buono ovviamente. Adesso vorrei dedicarmi alla scrittura, proprio perché l’anno scorso ho sperimentato molti linguaggi che non sono propriamente il mio, quindi vorrei tornare a casa”.

Al romanzo, magari?
“Questo per adesso non posso dirlo, preferisco non sbilanciarmi… i progetti prendono una forma soltanto nel momento in cui inizi a lavorarci”. 

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